Giusto due anni fa… è cambiata qualcosa? Apparentemente sì, ma solo apparentemente.

Gran capocomico, Bruno Vespa, e grande la compagnia di giro che giovedì 19 aprile 2012 si esibì sul palco di Porta a Porta, dov’era in scena “L’elogio della parsimonia”.

Un gruppo di signori e di signore ben pasciuti, prima di andare a rimpinzarsi dal Bolognese, impartiva alla plebe una bella lezione su come vivere felici grattando il fondo del barile.

Ricordo che non potei  trattenere il mio sdegno, rivolgendo idealmente a lor signori epiteti degni d’una bettola d’angiporto. Per di più avevo appena terminato di leggere un articolo del direttore di un quindicinale il quale, sebbene con più oneste intenzioni, faceva a sua volta l’elogio della parsimonia, dipingendo un quadretto familiare che pareva uscito da un libro di lettura degli anni cinquanta.

L’elogio della dignità piccolo borghese, fatta di cappottini rivoltati ma già sdruciti e di scarpe risuolate, di zuppe di latte e minestroni riscaldati, di scampoli di stoffa custoditi nei cassetti per farne toppe e di rammendi certosini… lagrimevole. Lagrimevole e oltraggioso.

Proporre l’elogio della parsimonia come rimedio alla fame cui l’innominabile governo di allora e gli ancor più innominabili soggetti senza volto e senz’anima che gli stavano dietro  riduceva il Paese gridava vendetta.

Il governo Monti era lì lì per esalare il suo ultimo respiro… poi sarebbero venuti Letta, fresco di studi bilderberghiani, e Renzi. Cambiano i sonatori, ma la musica è sempre la stessa.

Tutti costoro ci vogliono sottomessi, anzi succubi, al limite della rinuncia alla nostra dignità, disposti a qualunque sacrificio in nome di quello che è solo un grande inganno, ordito da coloro che fino a ieri tramavano nelle loro segrete stanze ed ora gestiscono il potere in prima persona, con la complicità di una classe politica infame, che ha abdicato anche all’ultimo dei suoi doveri, esclusivamente e disonorevolmente intenta a preservare i suoi privilegi e le sue prebende, quando non al malaffare.

Anziché un grido d’allarme, una rivendicazione dei nostri sacrosanti diritti oltraggiati, una scossa che ci restituisse un po’ d’orgoglio e di coraggio, spingendoci a prendere a calci nel sedere coloro che prosperano sulle nostre miserie, un invito all’ottimismo fondato sulle infinite risorse delle nostre magre dispense. Un ottimismo superiore addirittura a quello espresso da Berlusconi sul letto di morte, fondato invece sulle improbabili file di avventori davanti alla Pergola dell’Hilton.

Allegria, buona gente! Placati i morsi della fame, ci penserà la solerte massaia, che non butta mai uno scampolo, a cucire delle belle toppe sui calzoni sfondati del suo maritino e soprattutto dei suoi pargoli, affinché il freddo tagliente non si abbatta impietoso sulle loro tenere chiappe, irrompendo dagli sfilacciati pertugi dei loro miseri panni, con l’impeto di un esercito assediante che irrompe nella fortezza attraverso le brecce aperte dalle palle dei mortai.

Ottimizziamo le risorse, anziché piagnucolare, finiamola di inveire contro i governi solo perché siamo privi di inventiva e pretendiamo la pappa pronta e i calzoni senza toppe. I governi hanno altro da pensare, devono salvare la vita ai banchieri che, se non hanno le casse piene come zio Paperone, loro sì, poverini, muoiono. Vogliamo averli forse sulla coscienza? Nooo!

Dimostriamo che siamo un gran popolo e diamo una mano ai governi e ai banchieri. Chiediamoci non cosa i governi possano fare per noi, ma cosa noi possiamo fare per essi, anche quando non avremo più minestrone da riscaldare e pane raffermo da abbrustolire.

Mangeremo brioches, perbacco! E quando saranno finite anche quelle seguiremo l’esempio del colonnello di Màrquez:

– …La donna si disperò.
“E nel frattempo che cosa mangiamo?” chiese, e afferrò il colonnello per il collo della maglia. Lo scosse energicamente.
“Dimmi, cosa mangiamo?”
Il colonnello ebbe bisogno di settantacinque anni – i settantacinque anni della sua vita, minuto per minuto – per giungere a quel momento. Si sentì puro, esplicito, invincibile, nell’istante in cui rispose:
“MERDA!” –

Federico Bernardini

Illustrazione: ”Orphans” di Thomas Benjamin Kennington (1856-1916)

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