Ognuno di noi ha le sue petites Madeleines. Le mie sono una tazza di cioccolata calda, che mi ricorda i freddi pomeriggi d’inverno, quando mia madre la preparava per me ed i miei compagni di scuola, che venivano a studiare a casa.

E ciascuno di noi dovrebbe avere nei suoi ricordi anche un piccolo Scoubidou regalato a sua madre come il risultato di un impegno, come il simbolo tangibile di un sentimento d’amore… guai a non averlo.

L’unica dimensione di cui abbiamo il totale possesso, tremendamente immutabile, è il passato, è il ricordo, mentre il presente ci sfugge e il futuro è incerto. Dobbiamo essere previdenti e costruircelo in tal guisa che un giorno i nostri rimorsi e i nostri rimpianti siano addolciti dal pensiero di avere almeno provato a pareggiare i conti.

Venere di Savignano

“Fra i ricordi più remoti e più cari della sua infanzia, quello di un pomeriggio d’estate: si vedeva disteso sul letto, accanto a sua madre. Faceva molto caldo e il sole tagliava la stanza con lame di luce che irrompevano dalle persiane socchiuse, animando la danza forsennata del pulviscolo impalpabile, sospeso in un’aria densa e soffocante. Giovanna giaceva supina, in sottoveste nera; sentiva ancora il suo corpo caldo e il suo buon odore di borotalco. Mentre le arricciava i capelli, osservava il suo petto imperlato di sudore, che si sollevava e si abbassava al ritmo di un respiro affannoso. E fra quelle morbide e calde colline, affondò la sua mano innocente. Nel ricordo, quei seni gli apparivano immensi, come quelli della Venere di Savignano, come quelli di un’immensa Dea Madre”.

“Nell’anno del Signore” Capitolo IX

Federico Bernardini

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