Avevo vent’anni e mi recavo in Svizzera per la prima volta. Ci sarei tornato, sia per diporto che per lavoro, e mi sarei innamorato di quella terra e di quella gente, che da noi, e secondo me a torto, non gode di una buona reputazione.

Mi era stato diagnosticato un blocco di branca e una mia parente, membro della Croce Rossa Svizzera, mi consigliò di recarmi a Ginevra per sottoporre il mio caso a un luminare.

Un’ottobrata romana, ma appena sceso all’aeroporto di Ginevra mi resi conto che i miei abiti non erano adatti al clima locale, che aveva già i caratteri del nostro inverno. La mattina seguente, di buon’ora, ero già da Adler, per acquistare un cappotto e l’indossai subito.

Nel pomeriggio, con grande apprensione, mi recai dal cardiologo, che dopo un semplice elettrocardiogramma mi rassicurò sul mio stato di salute e, fatte ulteriori e più accurate indagini, mi confermò che il blocco di branca esisteva solo nella fantasia del tronfio barone romano che me l’aveva diagnosticato.

Sarebbe bastato questo a rendere indimenticabile il mio primo soggiorno in Svizzera. “Con dolcezza inusitata e nova” e fiero del mio cappotto nuovo, decisi di dedicare il resto del tempo prima della partenza alla visita della città, che non conoscevo e scoprii bellissima, sia la parte bassa, che s’affaccia sul lago Lemano,  sia la parte alta, dominata dalla mole della cattedrale di Saint-Pierre.

Prima tappa del mio pellegrinaggio il numero 2 di rue de Rive, il tempio del tabacco di Zino Davidoff, dove acquistai, senza alcun rimorso, 25 Château Margaux che mi costarono più del cappotto. Seconda tappa il Musée d’Art e d’Histoire.

7.000 metri quadri di esposizione, dai reperti archeologici all’arte contemporanea, fra cui alcuni capolavori assoluti, come la Venere e Adone del Bernini. Bellissimo e così ben tenuto da farmi vergognare di essere italiano. Ma la vera scoperta fu un’altra e avrebbe segnato la mia vita.

Al primo piano, in un’ampia sala, mi trovai per la prima volta dinnanzi a un quadro di grandi dimensioni, “L’Orage à la Handeck” di Alexandre Calame.

Quello che provai fu quel turbamento mentale e fisico così intenso che viene definito come Sindrome di Stendhal, impossibile da descrivere a chi non l’abbia mai provato.

Amavo le arti figurative già dai tempi del liceo, ma quell’esperienza mi fece capire che sarebbero diventate uno dei più grandi interessi della mia vita.

Un privilegio, che nella superbia dei miei vent’anni mi fece sentire un eletto.

Federico Bernardini

Da “Orizzonti della Marca” del 26 luglio 2014

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