Di Sonia Maioli   Avrei dovuto essere a Modena, ormai quaranta anni fa.

Il mio fidanzato era Sottotenente di complemento nella Compagnia di Artiglieria Pesante Campale in quella città.

L’unica cosa che ho fatto di mattina presto e in anticipo nella mia vita è stato nascere.

Quasi con un mese in anticipo, alle cinque e quarantacinque.

Deve essere stato un grave trauma.

Da quella volta sono in perenne ritardo o, al massimo, arrivo all’ultimo secondo, prendo treni, autobus, aerei sempre per la coda.

Oggi, quaranta anni fa, persi il treno, l’Italicus.

Piansi disperatamente, cercai di avvisare il fidanzato, telefonai in caserma, riuscii alla fine ad avvisarlo del mio mancato arrivo.

Mi consolò, rimandammo il nostro incontro alla domenica successiva.

Rimasi però con il senso di colpa per la mia perenne flemma, quella che mi costringe, ancora, a correre all’ultimo minuto.

Questo lato del mio carattere vale per molti aspetti della mia vita.

Studio, parto, mi preparo, chiamo, sempre in fretta, all’ultimo sospiro.

Mia madre pianse quel giorno, per il dispiacere dell’accaduto e per il sollievo della mia presenza in casa.

Non dimentico.

Forse non sarei morta, ma sicuramente sarei stata segnata di più.

Rifletto ancora, ogni volta che devo partire, che devo fare qualcosa che mi mette ansia.

Se la mia ora deve arrivare, inutile scappare o restare ferma, nascondermi.

Sì, fatalismo, così si chiama.

Illustrazione tratta da Google immagini

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