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Di Sonia Maioli   Immediatamente il primo disguido.

Una ruota del trolley si stronca appena l’appoggio in terra scendendo dalla macchina.

Tardi per tornare a casa, disfare e rifare un altro bagaglio.

Sorrido, malgrado me stessa, in fondo vado in vacanza e viaggio leggera, posso fare a meno delle ruote.

Bella cosa l’estate!

La Tramvia arriva subito

Alla stazione riesco a dividere un taxi con 3 spagnole, arrivo in aeroporto presto, anche troppo.

Il tempo di un’ultima sigaretta, entro, tutto fatto, mi siedo nei pressi del gate d’imbarco.

Il linguaggio navale persiste, strana cosa, rifletto per cercare un neologismo funzionale, involo, inaereo?

Mi guardo intorno, molti fiorentini, casualmente eleganti, c’è sempre qualcosa che li distingue.

Scarpe da ginnastica, ma intonate coi colori degli abiti, falsamente trasandati.

Firme sulle tute, sulle borse, perfino sulle bandane per chi ha l’ardire di metterle.

Nessuno parla, solo brevi comunicazioni fra compagni di viaggio, ma quelli stretti, come i parenti, per me troppo in entrambi i casi.

Pochi sparuti tedeschi, veramente casual, loro sì trasandati, direi.

Ottimo volo dal momento che, al decollo, già dormo con la mia cintura diligentemente allacciata.

Buon atterraggio, è sempre il momento che mi provoca un brividino di quasi apprensione.

Bene, sono a Berlino, dopo ventitré anni.

Aspetto il bagaglio, imbarcato per non avere impicci.

Ecco, esco, ora sono proprio arrivata.

Sicuramente Werner sarà ad aspettarmi.

Secondo disguido, non ci incontriamo.

Telefono, immediatamente.

Numero inesistente… impossibile, lo abbiamo usato per gli accordi finali.

Aspetto quasi un’ora dopo che è arrivato un messaggio criptico.

“Dove sei? Sempre occupata con i coffani?”

Ho perso l’abitudine di traslare l’italiano quattrocentesco del mio amico tedesco, ma il significato è intuibile.

“No, ho ritirato il mio coffano, sto aspettando, uscita E”.

Silenzio, un’ora di assoluta assenza di segni di vita.

La mente va al volo di ritorno, fra sette giorni, che faccio? Cerco un alloggio?

Cercherò di cambiare biglietto per prendere il primo volo utile?

Sottile l’ansia si insinua.

Finalmente una telefonata.

E’ a casa, chiedo l’indirizzo, non capisco, non riesce a dirmi il numero civico della allee.

Passo rapida il cellulare al tassista che ascolta, sobbalzando a momenti.

Saprò poi da Marie Christine, l’amica olandese, che Werner continuava a ripetere l’indirizzo, forse frainteso dall’altro, per poi gridare:

“Insomma, vuole far salire questa donna e portarla qui?”

L’autista scende finalmente dalla macchina, mi guarda attento, scatta la domanda:

“Turkisher?”

“No, italiana”

Ma quante volte mi hanno scambiata per turca?

Non ricordo, ma, ogni volta che ho partecipato a spettacoli di danza mediorientale, è successo.

Appena alla guida il turco, deluso, allunga la mano verso la radio.

Oddio, ora attaccherà una lagnosa, noiosa musica, non amo quella  turca.

Abbracciata, invece, da un caldo, avvolgente, delicato Jazz, osservo la strada.

Ma dove mi porta? Siamo nel Grunewald! Possibile?

Avrà deciso di fare un lungo giro?

Improvvisamente, inversione di marcia.

Eccolo, sul cancello, rassicurante, un po’ preoccupato, ma sorridente, Werner.

Sono davvero arrivata, mi immergerò nella vacanza.

Nell’immagine il Duomo Cattolico di Berlino (Foto di Sonia Maioli)

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