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“Io vi parlo qui del tempo in cui, ragazzi, andavamo a scuola; del tempo che vorremmo tornasse, ma è impossibile. Dei sogni, delle speranze che avevamo nel cuore; della nostra innocenza; delle lucciole che credevamo stelle perché piccolo piccolo era il nostro mondo, basso basso il nostro cielo. Vi parlo delle stesse cose che voi ricordate, e se ve le siete scordate v’aiuto a ricordarle. Di quelle cose perdute che voi ora ritrovate nei vostri figli e vorreste – tanto sono belle – che non le perdessero mai.”

(Da “Ricordi di scuola”, di Giovanni Mosca)

“Beau geste”

Molti anni fa, quand’ero in prima liceale, mi capitò fra le mani un bel libro di Giovanni Mosca: “Ricordi di scuola”. Un libro di sapore deamicisiano, traboccante di “buoni sentimenti”, che avrebbe fatto storcere il naso ad una “Intellettuale organica” come la mia professoressa di storia dell’arte, una delle persone più razionali… e antipatiche che io abbia avuto la ventura di conoscere.

Facile bollarlo come nostalgico, sentimentale e ipocrita, la stessa cruda sorte toccata a “Cuore”, oggi ampiamente rivalutato, in tempi in cui la cultura italiana era presidiata… e in parte lo è ancora, dai gendarmi della Sinistra e Luchino Visconti, all’uscita di un suo film, non riusciva ad aver sonni sereni prima di aver ricevuto il “Placet” di Togliatti.

In quelle pagine, invece, ciascuno di noi può ritrovare, come afferma consapevolmente l’autore, una parte di sé, forse la migliore, forse quella irrimediabilmente perduta,  e il ricordo di volti ormai sbiaditi e di gesti che, nella loro apparente piccolezza, ci rivelano quale grandezza d’animo possano rivelare quelli che vengono definiti, spesso con tono sprezzante, i buoni sentimenti.

Vivissimo, benché assai lontano nel tempo, affiora nella mia mente un ricordo.

Ero in quinta ginnasiale e, alla fine del primo trimestre, si presentò in classe un nuovo compagno. Un bel ragazzo dall’aria strafottente, con la sua giacca di camoscio con le frange  alla Buffalo Bill, che risultò immediatamente antipatico a noi ragazzi, non tanto per il suo aspetto e per il suo atteggiamento, in tempi in cui si andava ancora a scuola in giacca e cravatta, quanto per i lampi di desiderio che cogliemmo… e non molto furtivi, negli occhi delle ragazze. Quel tipo, accidenti a lui, ci avrebbe rovinato la piazza.

Definirlo un originale sarebbe riduttivo. Un anarchico, pieno di soldi, che andava a scuola per puro diporto, infischiandosene degli studi e ignaro anche delle più elementari forme di disciplina. Unico suo interesse, ampiamente e generosamente ricambiato, le ragazze. Accidenti a lui!

Andava e veniva a suo piacimento e spesso, prima di uscire dalla classe, si fermava davanti alla scrivania del professore (quella che i malparlanti chiamano cattedra), e lo guardava con aria di sfida, tamburellando su di essa con le dita. Un tipaccio privo di rispetto e di senso morale, si sarebbe detto allora.

Durante i compiti in classe alternava esibizioni di carattere circense a rapide e sfacciate scopiazzature, quando non gli saltava il ticchio di consegnare una pagina più bianca di quella di Mallarmé.

E fu proprio durante un compito in classe di italiano che avvenne qualcosa di grande, di indimenticabile, qualcosa che per me rappresenterà sempre, fino all’ultimo dei miei giorni, l’esempio di cosa si possa definire grandezza d’animo.

Tema letterario, manzoniano, che scelsi pentendomene già prima di aver poggiato la penna sul foglio. Mi venne in soccorso il Gessi, un testo poco noto, che avevo infilato nella borsa quasi per presagio e al quale avrei potuto attingere largamente, con qualche accorta modifica, per colmare le mie lacune. E così feci.

Ma, poco prima di consegnare l’elaborato, con un tuffo al cuore, mi accorsi che Buffalo Bill, ostentandolo spudoratamente sul suo banco, aveva a sua volta scopiazzato il Gessi. Lo guardai smarrito e gli mostrai con discrezione il testo che io invece tenevo gelosamente nascosto.

Mi fece un sorriso di una tenerezza che ancora mi stringe il cuore, si alzò e fece il suo foglio in mille pezzi, per poi andarlo a gettare nel cestino della carta straccia.

La cosa non dovrebbe destar meraviglia, direte voi, a quello strafottente non importava nulla del compito in classe. E invece no, avrebbe potuto, se fosse stato l’infame Franti che molti credevano, beffarmi. E invece, per istinto, senza pensarci un attimo, evitò col suo gesto di compromettere la reputazione del “Primo della classe”. Un gesto che faceva di lui un “Uomo d’Onore”.

Neanche un anno dopo io e i miei compagni, in lacrime, ci raccoglievamo intorno alla sua tomba. Alla guida della Maserati del padre era andato a schiantarsi a velocità folle contro un albero.

Prima di salutarlo feci una battuta scherzosa. I miei compagni risero… e Buffalo Bill rideva con noi.

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

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