Semisdraiata sul mio letto, un dolore a un piede che mi impedisce, oggi, di decidere di uscire.

La finestra aperta, il vento che fa svolazzare la zanzariera, il rombo degli aerei, in lontananza, inducono pensieri vaganti.

Intanto spero che la meteoguerra, quella delle bombe d’acqua, sia finita, anche se il cielo non promette pace, ma forse una breve tregua armata.

Mi chiedo quanti aerei siano in decollo, molti a giudicare dal susseguirsi di suoni, e mi chiedo anche dove vadano.

Rimpianti.

Ne sembro infarcita.

Vorrei aver viaggiato di più, se e quando era possibile, più facile, meno disagevole.

Accetto poco volentieri il passare del tempo.

Il mio aspetto non mi piace più? Poco male, evito di guardarmi in superfici riflettenti, specchi compresi, ormai so bene pettinarmi anche senza vedere.

Preferisco conservare di me un’immagine senza tempo, senza età, forse quella che ho sempre avuto.

Scanso chi, cellulare alla mano, scatta istantanee che poi mi mettono di fronte all’evidenza.

Foto di gruppo? Lontana e in ultima fila, tanto sono alta, potrei coprire altri più piccoli (beati loro).

Torno a pensare ai viaggi.

Le emozioni e le paure, il senso di vittoria sulla mia fondamentale e inamovibile timidezza, queste le spinte a sfidare l’immobilismo confortante della vacanza, pur solitaria, magari in pensione a Viareggio.

Non amo particolarmente il mare, non amo i luoghi affollati, quando si viaggia da sole si devono evitare luoghi affascinanti, ma poco adatti.

Le restrizioni aumentano con l’aumentare dell’età fisica, quindi aggiustiamo la mira.

Il primo viaggio da sola fu alla volta di Londra.

Era facile, pur non conoscendo la lingua, almeno pensavo, sapevo di arrivare e essere accolta da un amico allogeno che, con molta gentilezza, mi avrebbe ospitata e guidata.

Era anche un modo per ricambiare le parecchie ospitate ricevute.

Sempre aperta, casa mia, per cene e amici in transito, magari con problemi di alloggio temporaneo.

Se ne sono succeduti/e parecchi nei tredici lunghi anni di permanenza all’interno dell’Archivio di Stato di Firenze.

Tedeschi, olandesi, inglesi, italiani.

Arrivai all’aeroporto di Londra con in mano il mio passaporto, i capelli sciolti, biondo tiziano, ridendo a chi mi stava aspettando al di là del cancello (gate, meglio).

I poliziotti dovettero pensare, come tanti, che fossi Irlandese, mi fecero passare senza controllare niente… per fortuna.

Portavo vettovaglie.

Non sarebbe stato facile giustificare la presenza di burro al tartufo, una burrata, del caffè, della pasta fresca, del pomodoro, di non ricordo più cosa, compresa una delle mie marmellate.

Anche ora arrivo munita di golosità che so essere gradite a chi mi accoglie.

Ma i timori, le difficoltà aumentano.

L’esortazione a chi leggerà questa geremiade è: “Viaggiate, viaggiate più che potete nel tempo e nel modo giusto… voi che potete ancora!”

Sonia Maioli

Illustrazione tratta da Google immagini

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