Di Sonia Maioli   A quante persone possiamo volere bene?

Intendo un affetto vero, profondo.

E quante persone ci vorranno lo stesso bene?

Sono domande che mi sono rivolta in minuti, ore interminabili.

Una serie di spessi vetri, pareti blindate che non lasciano passare i raggi x mi separavano da mio fratello.

Guardavo, alternativamente, i suoi occhi semichiusi e lo schermo che mostrava una porzione del suo cuore.

Mi chiedevo perché quel suo cuore grande aveva deciso di non funzionare più al meglio.

Vedevo quei vasi sanguigni che sembravano capelli, sottili, esangui, le pulsazioni irregolari.

Non capivo molto, non avevo mai potuto vedere una cosa così.

Dopo un tempo infinito di immobilità mia e di semi immobilità del paziente, dopo tante buste sterili aperte con altrettante sonde, eccola, una specie di navetta che si apre la strada in quei capelli, poi ecco che arriva, finalmente, il sangue rigonfia i vasi, restituisce il battito, la vita.

I guanti sfilati dalle mani del medico, l’infermiera con un grande sorriso che sillaba: “Finito, tutto bene!” mi restituiscono il respiro normale, muovo finalmente le mani intorpidite dalla posa sbagliata nella quale le ho tenute, credo, per almeno tre ore.

La faccia di Marco contratta, non solo per il dolore, ma per la tensione, l’umana paura, non si distende ancora, ci vorrà tempo.

So che è necessario, ma vedere l’intricato groviglio di fili, cannelli, cerotti e cose che non conosco circondare il petto di una persona, quella alla quale sicuramente vuoi il bene più grande, mi lascia basita, impotente, impaurita, sola.

Oggi, dopo tre interminabili giorni, seconda fase, risolutiva. La strada è libera, il sangue circola regolarmente, il Grande Cuore torna alla normalità.

Rifletto su quante volte non ho detto le parole che vorrei aver pronunciato, su cose che vorrei fare e non farò.

So che non risparmierò mai più un ti voglio bene in parole ed opere.

Illustrazione tratta da Google immagini

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