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Nella storia millenaria di Roma il XX Secolo ha rappresentato, dopo le speculazioni edilizie postunitarie, che cambiarono il volto della città, portandola a estendersi a dismisura al di là della cerchia delle Mura Aureliane, il trionfo di una concezione urbanistica e architettonica che potremmo definire criminale e trova la sua peggiore espressione nel “Sacco” degli anni ’60 e ’70.

Dopo il 1870 ha inizio per l’Urbe, fino ad allora una piccola città di 200.000 abitanti, un periodo di forte e disordinata espansione, che doveva fare della Roma papalina la capitale del nuovo e ambizioso Regno d’Italia, il centro ipertrofico  del potere politico e amministrativo che avrebbe richiamato centinaia di migliaia di nuovi cittadini da ogni parte d’Italia.

Un ghiotto affare per gli speculatori, che sulla fame di case della nuova capitale costruirono enormi ricchezze personali e il cui antesignano fu Francesco Saverio de Mérode, col suo sogno di “hausmaniser Rome”.

Dopo l’urbanizzazione dell’area compresa fra le Terme di Diocleziano e San Vitale, fu la vota dei Prati di Castello, dove sorse un quartiere elegante, destinato alla residenza della nuova classe dirigente, amministrativa e imprenditoriale, e di San Lorenzo, area compresa tra le mura e il cimitero del Verano, destinata ad accogliere la classe impiegatizia e operaia.

Alla fine degli anni ’30 del XX Secolo, anche a causa degli sventramenti della Spina di Borgo e del Quartiere Alessandrino, per l’apertura di via della Conciliazione e di via dei Fori Imperiali,  l’imago urbis, d’impronta classica, medievale, rinascimentale e barocca,  appariva totalmente stravolta e priva di omogeneità fra la parte antica, il centro, e un immenso suburbio in continua e disordinata espansione.

Tristissime, in questo contesto, le vicende legate allo sviluppo dell’edilizia economica e popolare e al sorgere degli incivili e malsani borghetti che accolsero sia orde di immigrati prevalentemente meridionali,  sia il popolo di Roma sfrattato a causa degli sventramenti.

Un popolo che sino alla caduta del potere temporale aveva condiviso la bellezza di una città che vedeva, a ridosso dei palazzi nobiliari, un pullulare di casupole e di botteghe che la rendevano viva. Una città che si sarebbe ridotta a una dimensione rappresentativa, monumentale, amministrativa, avulsa dalla vita e dalle attività della grande maggioranza della sua popolazione non direttamente impiegata nei palazzi del potere, condannata alla bruttezza della nuova Roma suburbana.

Nomi come San Basilio, Pietralata, Tiburtino III o Laurentino 38 evocano immagini di degrado e di squallore pasoliniani, ma è al Corviale, con l’edificazione del cosiddetto Serpentone, che la sinergia criminale tra amministratori corrotti, imprenditori e urbanisti e architetti velleitari e incapaci ha prodotto il peggio di sé.

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Il Serpentone, edificato fra il 1972 e il 1982, su progetto dell’architetto Mario Fiorentino,  si compone di un’unica, enorme unità abitativa lunga circa un chilometro. I due corpi laterali del mostro di nove piani, le “Stecche”, sono percorsi da un labirinto di ballatoi e al centro di essi, intervallati da cortili, una serie di costruzioni di tre piani.

Una sorta di universo concentrazionario, avulso dal contesto sociale della città, che trova riscontro in analoghe tipologie abitative realizzate in altri paesi europei e il cui potenziale criminogeno fu subito evidenziato dai sociologi e dagli urbanisti più responsabili.

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Forse non è un caso che l’architetto artefice di un tale scempio sia morto di crepacuore o, come sostengono alcuni, addirittura suicida, come altri architetti italiani del Novecento, primo fra tutti Guglielmo Calderini, artefice di quell’altro obbrobrio architettonico che i Romani chiamano “Il Palazzaccio”.

In un contesto di edilizia popolare così desolante, i poveri sono stati condannati anche alla bruttezza, spicca, per contrasto, la città giardino della Garbatella, il quartiere popolare a misura d’uomo, dall’aspetto grazioso, sorto negli anni fra le due guerre su progetto di grandi architetti come Massimo Piacentini e Mario de Renzi, sui rilievi che dominano la basilica di San Paolo.

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Il progetto originario prevedeva che il nuovo quartiere, collegato ad Ostia per mezzo di un canale navigabile mai realizzato, fosse destinato ai lavoratori portuali, ma i villini in stile “Barocchetto Romano” e i grandi caseggiati dall’aspetto decoroso, intervallati da ampi spazi verdi, finirono per ospitare una popolazione composta prevalentemente da piccoli impiegati, operai e artigiani, creando, alla periferia della città, non uno squallido quartiere dormitorio, non un ghetto,  ma un ambiente quasi paesano, con infrastrutture atte allo sviluppo di sani rapporti sociali e umani.

Di ciò furono capaci gli amministratori e gli urbanisti del Ventennio che in questo, come in altri casi, dobbiamo onestamente riconoscerlo, dettero alla Città di Roma gli ultimi esempi di architettura degna di questo nome.

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Federico Bernardini

Immagini:

1 – “Antiquae Urbis Perfecta Imago” Theodore de Bry 1597

2 – Corviale, “Stecca”

3- Corviale, ballatoio

4 – Garbatella, Lotto 20

5 – Garbatella, “Albergo rosso”

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