Les Poètes Maudits

Antonin Artaud (Marsiglia, 4 settembre 1896 – Ivry-sur-Seine, 4 marzo 1948)

Un uomo bellissimo devastato dall’elettroshock

“L’elettroshock, signor Latremoliere, mi riduce alla disperazione, porta via la mia memoria, annichilisce la mia mente e il mio cuore, mi trasforma in qualcuno che è assente e che conosce di essere assente, e si vede per settimane ad inseguire il suo essere, come un uomo morto a fianco di uno vivo che non è più se stesso, ma che insiste che l’uomo morto sia presente anche se non può più rientrare in esso. Dopo l’ultima serie rimasi attraverso i mesi di agosto e settembre assolutamente incapace di lavorare e pensare, percependo di essere vivo.”

( Antonin Artaud)

Les Poètes Maudits

“Pentirsi! Ma perché? Il pentimento è nelle mani di Dio. Sta a lui avvertire rimorso per le mie azioni. Perché mi ha reso il padre di un essere che desidero così ardentemente? Prima che qualcuno condanni il mio crimine, lasciate che accusi il fato. Siamo liberi? Chi può crederlo quando i cieli sono pronti a caderci addosso? Ho aperto le porte del diluvio per non esserne coinvolto. C’è un demone dentro me destinato a vendicare i peccati del mondo. Non c’è fato ora che possa impedirmi di realizzare i miei sogni.”

(Antonin Artaud “Les Cenci”)

“Vetri di suono dove girano gli astri,
lastre dove cuociono i cervelli,
il cielo brulicante di vergogne
divora la nudità degli astri.
Un latte bizzarro e potente
brulica in fondo al firmamento;
una chiocciola sale e guasta
la tranquillità delle nubi.
Rabbie e delizie, il cielo intero
su noi scaglia come una nube
un mulinello di ali selvagge
piene di oscenità torrenziali.”

Antonin Artaud

Les Poètes Maudits

Mai vista né immaginata un’operazione di marketing più efficace. Lautréamont, oggi, sarebbe stato il re dei creativi pubblicitari.

“Voglia il cielo che il lettore, imbaldanzito e diventato momentaneamente feroce come ciò che sta leggendo, trovi, senza disorientarsi, la sua via dirupata e selvatica attraverso gli acquitrini desolati di queste pagine oscure e venefiche; infatti, a meno che non ponga nella lettura una logica rigorosa e una tensione dello spirito pari almeno alla sua diffidenza, le micidiali esalazioni di questo libro gl’imbeveranno l’anima, come l’acqua lo zucchero. Non è bene che tutti leggano le pagine che seguono; solo pochi potranno assaporare questo frutto amaro senza rischio.”

(Lautréamont)

Incipit de “I canti di Maldoror”

Patrick Branwell Brontë (26 giugno 1817 – 24 Settembre 1848)

Charlotte , Emily e Anne Brontë avevano un fratello, Patrick, pittore e poeta.

Morì all’età di trentuno anni, minato dall’alcol e dall’oppio, che l’avevano reso folle.

Si ritrasse in compagnia delle tre sorelle, per poi cancellare la sua immagine, in una frenesia di autodistruzione.

Il poeta falsario, tra genio e male di vivere

Thomas Chatterton (Bristol, 20 novembre 1752 – Holborn, 24 agosto 1770)

Il caso di Chatterton è unico, nonostante l’età era un uomo eccezionalmente maturo e di doti intellettuali eccelse. A diciassette anni aveva pubblicato un capolavoro assoluto, spacciandolo per un testo antico, e quando se ne dichiarò l’autore non venne creduto. Se non si fosse ucciso forse sarebbe oggi considerato il più grande poeta del mondo.

“I am the imp of Pride, my haughty head Would reach the clouds and still be rising high; To little is the earth to be my bed, Too narrow for my breathing place the sky. Scornful I see the world beneath me lie. But to my betters I so little gree, Less than the shadow of a shade I be; ‘Tis to the small alone that I can multiply.”

(Sono il demonio dell’Orgoglio, la mia testa altezzosa raggiungerebbe le nuvole e ancora si leverebbe in alto; è troppo piccola la terra per essere il mio letto, troppo scarso il cielo per il mio respiro. Sprezzante vedo il mondo giacere sotto di me. Ma a coloro che sono migliori io assomiglio così poco, Sono meno che un’ombra di uno spettro; posso accrescere solo la schiera dei piccoli.)

Immagini:

I – Ritratto di Thomas Chatterton

II – “The Death of Chatterton”, 1856 – Henry Wallis

“Sì, sono un libertino, lo riconosco: ho concepito tutto ciò che si può concepire in questo ambito, ma non ho certamente fatto tutto ciò che ho concepito e non lo farò certamente mai. Sono un libertino, ma non sono un criminale né un assassino.”

Donatien Alphonse François de Sade

(Da una lettera alla moglie, 20 febbraio 1791)

De Sade non ha fatto altro che portare alla luce una vena sotterranea e il fiume che da lui prende nome scorre da sempre nel profondo dell’animo umano. Acque impetuose e mulinanti, che attirano e nelle quali è facile, sebbene con voluttà, annegare. Benché sublimate, credo che tutti o quasi siano soggetti a queste pulsioni, ma se si è disposti a cedere ad esse senza remore occorre sapere che ciò che si dischiude dinnanzi a noi sono le porte dell’inferno. In quanto alle pratiche e agli ambienti SM li trovo di una ritualità e di una monotonia insopportabili. Meglio un pizzico di fantasia senza regole, costeggiando il fiume, ma ben attenti a non cascarci dentro.

Immagine: “Brunilde osserva Gunther da lei legato e appeso al sofitto” (Johann Heinrich Füssli)

Federico Bernardini

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