A woman, suffering from Alzheimer's dese

Di Daria Siani La sera sono sempre l’ultima ad uscire dalla casa di riposo. Ci arrivo ogni giorno verso le 18, al momento della cena, per quelli che cenano… Entro da mia madre, le do un bacio, controllo che non abbia bisogno di niente e poi, quando si assopisce, gironzolo un po’. Resto un paio d’ore, a volte tre. Gli altri sono già in camera o aspettano di essere messi a letto. La maggior parte di questi ha l’Alzheimer o la demenza senile all’ultimo stadio. Sono quelli dell’articolo 2. Stanno lì un mese o al massimo 2, per dare “sollievo” alla famiglia. Ma per me non è un sollievo.
E’ un’agonia perché non l’avrei mai portata là se non fosse insorta la disfagia. Mi maledico per questo. Mia mamma era entrata con le sue gambe, ma al terzo giorno una suora malefica l’ha ingozzata per farla mangiare e la situazione è precipitata. Mi ero distratta solo un attimo, un dannato pomeriggio, per preparare il dono di noi insegnanti ai bambini che avrebbero fatto la comunione: un alberello avvolto nel tulle bianco. Nove alberelli sono bastati a creare un disastro.
Bianca Rosa ha 96 anni. E’ lì da una settimana. Disorientata come tutti quelli arrivati da poco. Cerca la sua casa, non trova la sua stanza.
Ieri sera aveva fame. Stasera piangeva perché voleva parlare con i figli. L’ho presa per mano e l’ho accompagnata a letto. Le ho dato due baci sulle guance. E’ terribile vedere i vecchi piangere.
Gianfranca è l’unica ad essere lì da 10 anni, ne ha 74, ma ne dimostra 50. 20 anni fa ha avuto un ictus, il marito e l’unica figlia l’hanno tenuta a casa fino a quando hanno potuto, poi hanno dovuto arrendersi. E’ bella e dolce. Quando mi vede arrivare mi prende sottobraccio. Camminiamo insieme sempre in silenzio.
Ci baciamo spesso: lei dà dei baci “grandi” sulle guance. L’altra sera lei e un anziano che non parla mai si tenevano le mani: lui minuto, seduto su una sedia, lo sguardo perso nel vuoto. Lei alta in piedi di fronte a lui. Lui ieri era solo in un angolo, vicino al corrimano, si guardava i piedi e poi si è tolto le pantofole. Una sera sono rimasta fino alle 23. A quell’ora, come nelle favole, il reparto si anima… ma c’è solo desolazione. C’è chi piange, chi chiama, chi fa versi strani, chi si alza e va in giro… Il personale del turno di notte si ritira in un’ala vicina alle stanze, ma accorre solo nei casi molto gravi.
Si difendono così da quell’oceano di disperazione.
A me prende il crepacuore e una forte rabbia data dall’impotenza e dal pensare che molta gente non sa neanche che esistono situazioni del genere. Proprio come quando io e mio marito abbiamo adottato mia figlia. Per fortuna l’abbinamento era stato casuale, fatto dal computer, perché intorno avevamo sempre una trentina di bambini che ci guardavano con occhi che sembravano dire: “Prendi me”. Io non avrei mai potuto scegliere. Sarei scappata via. Ma la rabbia mi faceva diventare una bestia: tutti quei bambini… ignorati dal mondo… e noi pieni di tutto…

Illustrazione tratta da Google immagini

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