Valigondoli

Di Sonia Maioli   Ci sono luoghi che sono nella mia memoria da sempre o quasi. Sconosciuti a quasi tutti, conservano, per me, ricordi non cancellabili.
Sono stata battezzata in una chiesa bella e molto antica, le prime notizie risalgono al 1050.
Pochi conoscono San Pietro a Sollicciano, la località nota per il carcere.
Chiesa parrocchiale di mia madre e delle sue sorelle, cresciute lì, il coro parrocchiale, le prime amicizie, i primi dispiaceri.
Cinque sorelle, tre bellissime, una ammalata.
L’epilessia è un male che fa paura, allora anche male di cui vergognarsi.
La crisi è infida, può arrivare in ogni momento, spesso in quello meno opportuno, anche in chiesa.
Le tre più grandi erano sempre tese a proteggere e contenere la sorella maggiore.
Disagi di ragazze belle, ma di umile famiglia.
Succedeva a mia madre di cantare dietro il palco, mentre una di buona famiglia, ben vestita, fingeva, stonata, di essere il contralto di turno.
C’è un piccolo cimitero di fianco alla chiesa, lì sono seppellite tre delle donne più importanti della mia vita.
La nonna Emilia, forte ruvida, alla fine dolce e remissiva.
Una vita difficile cominciata a Santa Margherita a Montici, Piazzale Michelangelo per intenderci, dove la famiglia aveva, a mezzadria, un appezzamento di terra coltivata a viti, olivi e grano.
Sola femmina in uno stuolo di fratelli, prepotenti come lo erano i maschi dell’epoca.
Si sposa con un uomo dolce, bello, altissimo, lei donna di normali dimensioni, la foto del loro matrimonio la ritrae impettita, dritta e imbronciata.
Nascono cinque femmine, una dopo l’altra le prime quattro, l’ultima arriverà molto più tardi.
Il marito antifascista perde presto il lavoro, comincia a cavare rena dall’Arno, lei sarta per uomo, molto brava, porta a casa il pane, anche durante il periodo della seconda guerra mondiale.
Mai un complimento, mai una carezza, ma molte cure.
Mi chiedo dove avesse imparato cose che ancora io consiglio alle neo mamme.
L’esposizione al sole dei neonati con l’ittero che lei chiamava fisiologico, i bagni con acqua di lattuga bollita o di crusca di grano, l’alimentazione variata per i più grandi.
Lei sapeva che il sole aiutava a far sì che le ossa fossero forti, sane.
Insomma, una donna fuori dal suo tempo.
Vicino a lei la zia Annunziata, detta Nella.
Morta molto giovane per gli esiti di uno dei primi pneumatorace per ridurre il diffondersi della TBC nei suoi polmoni ormai troppo provati.
Bella, piena di vita, la ricordo nella sua ultima visita a casa. I suo capelli castani, tanti, un sorriso di sole, lontana da me, sento che dice:
“Giovanna, come è bella!”
Gran parte della sua vita, breve, vissuta in ospedale o in casa. La sua malattia la metteva sempre a rischio di cadute, di ferite.
Cadde battendo il torace, era periodo di fame, guerra, la lesione si trasformò nella tubercolosi che la portò alla morte.
C’è poi la zia Irma, la colonna portante della mia vita insieme alla mia mamma.
Per lei ho scritto pagine e pagine, un giorno le renderò leggibili.
Sono stata battezzata lì, non nel carcere.
Piccola chiesa della quale non si trovano immagini, bella e antica. La fotograferò appena possibile.
C’ è un altro luogo che ora conoscono in molti: Valigondoli, epicentro dello sciame sismico che ci tiene col fiato sospeso in questi giorni.
Piccolo borgo accoccolato sulla cima di una collina, da lì si domina la Val di Pesa. Poche case con in mezzo una grande aia, quasi una piazza.
Il verde e il paesaggio mettono pace addosso.
In una sera d’estate eravamo a cena lì, una trattoria deliziosa, cucina splendida.
Accanto a noi una tavolata di conoscenti.
Girava un piatto di una loro pietanza, mandata perché la assaggiassimo, mi rifiutai, era cacciagione.
Tutti si prodigarono a smentire, nessuno aveva cacciato l’animale cucinato.
Era istrice, morto in un “incidente” automobilistico.
Il fresco della sera e i profumi di erbe bagnate, finalmente, dalla rugiada che cominciava a scendere, le risate, il convivio, mai avrei pensato a un epicentro!

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