La notizia che Matteo Salvini, per aver usato il termine “Zingari”, sia stato sospeso per un giorno da Facebook rientra a buon titolo nella migliore tradizione del Teatro dell’assurdo, vediamo perché.
In primo luogo il termine è contemplato in ogni dizionario della lingua italiana, senza quell’accezione negativa che la follia del politicamente corretto ha ad esso recentemente attribuito, così come al termine “Negri”, sul quale, ugualmente, ci sarebbe da discutere.
Lo si vorrebbe sostituire col termine “Nomadi”, ma impropriamente, perché molti di loro sono da tempo stanziali e hanno addirittura la cittadinanza dei paesi in cui risiedono, oppure, altrettanto impropriamente, coi termini “Rom” o “Sinti”, che designano solo due delle varie etnie zingare. Casomai, per atteggiarci a esperti di etnologia, potremmo usare l’onnicomprensivo termine di “Romaní”.
In secondo luogo il provvedimento sanzionatorio di Facebook rappresenta un esempio paradigmatico del moralismo… bip bip… di un’azienda che ha sede in un paese dove ci si scandalizza per una parola e, viceversa, i poliziotti bianchi inseguono e abbattono i neri sui prati come leprotti rimanendo allegramente impuniti, salvo i rari casi in cui vengano inchiodati dalle immagini.
Ma che c’entrano gli Stati Uniti? potrebbe obiettare qualcuno di voi. Certamente l’azienda avrà i suoi gestori, pronti a far rispettare la sua netiquette, in ogni paese, ma i capi devono sempre vegliare, essendo i primi responsabili, sull’operato dei quadri o dei dirigenti periferici. Immaginate un Capo della Polizia che pretenda di non avere alcuna responsabilità riguardo a un massacro perpetrato da uno dei suoi reparti? Certamente no, cose del genere potrebbero accadere solo nella Repubblica delle Banane.

Federico Bernardini

Illustrazioni tratte da Google immagini

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