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Il 24 maggio del 1915, giusto cent’anni fa, il regno d’Italia dichiarava guerra all’Austria-Ungheria, gettandosi anch’esso nell’orrido abisso della Grande Guerra, iniziata il 28 luglio dell’anno precedente con l’attacco austroungarico alla Serbia.

Fu una guerra fra potenze imperialiste, che ebbe come focolaio il groviglio balcanico e non una guerra di popoli, che ne furono soltanto vittime, versando ai signori della guerra un immane tributo di sangue.

Allinizio del conflitto, l’Italia contava circa 35 milioni di abitanti, 1.240.000 dei quali sarebbero caduti: 651.000 fra i combattenti e 589.000 fra i civili, il 3,45% della popolazione.

Nel 1914 il nostro Paese era ancora legato da un trattato di alleanza: “La Triplice”, con l’impero asburgico e con quello tedesco, ma si mantenne neutrale, sfruttando la clausola che non l’obbligava a intervenire a fianco degli alleati nel caso in cui uno di essi fosse entrato in guerra senza prima darne avviso nostro governo… cosa che l’Austria fece, per non essere costretta ad ottemperare ad un’altra clausola del trattato che prevedeva, in caso di cobelligeranza, concessioni territoriali all’Italia.

Nei mesi successivi, fu tutto un susseguirsi di trattative e maneggi, sia da parte del governo, sia da parte della corona, allo scopo di poter trarre dal conflitto il massimo vantaggio possibile, fino alla firma del Patto di Londra, con cui l’Italia capovolgeva le sue alleanze e si impegnava a entrare in guerra contro gli Imperi Centrali, a fianco di Francia, Gran Bretagna e Russia, in cambio di notevoli concessioni territoriali. All’entrata in guerra contribuì anche un forte movimento interventista, che vedeva in essa il coronamento dell’epopea risorgimentale, col ricongiungimento di Trento e Trieste all’Italia.

Per tre anni e mezzo i nostri soldati, nella gran parte gente del popolo, che nulla capiva delle ragioni del conflitto e nessun vantaggio poteva trarne, furono condannati all’orrenda guerra di trincea, trattati come carne da cannone da vertici militari incompetenti e criminali, che li mandavano al massacro per guadagnare inutili metri di terreno o li consegnavano ai plotoni d’esecuzione al minimo segno di disobbedienza o di codardia, reale o presunta. Un inferno che Emilio Lussu ha descritto nelle indimenticabili pagine del suo “Un anno sull’altipiano”.

Ma fu proprio in quelle trincee, a dispetto dell’insensatezza della guerra, che si consolidò fra i combattenti, che provenivano da regioni che poco o nulla avevano in comune, compresa la lingua, il senso dell’identità e dell’orgoglio nazionale. L’orgoglio che portò l’Italia a uscire da quell’immane conflitto vincitrice e animata da grandi speranze. Una guerra voluta da una fradicia casta militare e politica, combattuta e vinta, con coraggio e onore, dal popolo.

Ma i frutti di tanto sacrificio non furono quelli sperati. In un paese stremato e incattivito dalla guerra, furono in molti a sfogare la loro rabbia sui reduci, quasi fossero loro i responsabili di tante sofferenze, e coi trattati di pace l’Italia si vide defraudata di molti dei compensi territoriali che gli alleati avevano promesso, tanto che si arrivò a parlare di vittoria mutilata. Iniziarono quegli anni di torbidi che sarebbero sfociati nella presa del potere da parte del Fascismo.

In questo giorno, senza alcuna enfasi nazionalistica e militarista, voglio ricordare proprio quegli uomini semplici, nei quali rifulsero le migliori virtù del popolo italiano e che dettero alla Nazione quella che possiamo considerare come la sua unica, vera vittoria militare.

E oltre alla celebrazione della memoria collettiva, mi sia concessa quella della memoria familiare, con il ricordo di mio nonno Francesco, che a quella guerra partecipò, rimanendo gravemente ferito e meritando due medaglie d’argento al valor militare.

Federico Bernardini

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