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Sarebbe molto utile, oltre che interessante, e non è escluso che qualcuno l’abbia già fatto o lo stia facendo a mia insaputa, suddividere i post che vengono quotidianamente scaricati in quantità industriali sulle pagine di Facebook in categorie e sottocategorie.

Un prezioso materiale di studio per gli specialisti: sociologi, antropologi, psicologi, filologi e via discorrendo, che troverebbero ben ordinata una gran quantità di reperti concernenti la loro disciplina, per mezzo dei quali analizzare e comprendere, attraverso quello spaccato della vita che è Facebook, le nuove tendenze di quest’età postmoderna.

Io, come voi ben sapete, non posso essere assimilato ad alcuna delle figure professionali succitate, non sono uno studioso, ma semplicemente un inguaribile curioso e fra le tante categorie quella che più stuzzica la mia curiosità è quella che definirei col nome di “Pizzini”.

Il pizzino, termine di derivazione sicula (pizzinu), è, in senso lato, un semplice foglietto di carta sul quale vengano annotate cose da ricordare, ad esempio la lista della spesa, o informazioni da scambiare con altri, in ambito familiare o lavorativo. Ma il termine è assurto agli onori delle cronache, e in quest’accezione viene solitamente usato, per indicare quei foglietti che i mafiosi, per sfuggire a eventuali intercettazioni, sono soliti usare, facendoli segretamente passare di mano in mano, per comunicare coi loro sodali o impartire loro ordini, soprattutto nel caso in cui si trovino ospiti delle patrie galere.

Il pizzino, in questo, caso, è spesso concepito in forma criptica, comprensibile esclusivamente al suo destinatario e del tutto privo di significato per chiunque altro, magari un poliziotto, se lo trovasse accidentalmente fra le mani.

Qualcosa di molto simile accade su Facebook, dove capita assai di frequente di imbattersi in post strampalati, che attirano la nostra attenzione come un porcino nato fuori stagione attirerebbe quella di chi passeggi nel bosco.

Gli utenti più navigati ne colgono immediatamente la natura e, scartata l’idea che possa trattarsi di uno dei tanti stupidissimi giochini concepiti per cogliere in fallo chi risponde, facendogli pagare pegno, si rendono conto di trovarsi di fronte a una comunicazione indirizzata a chi abbia orecchi da intendere, anche se, a volte, si tratta di segreti di Pulcinella o per la dabbenaggine del loro autore o, viceversa, per la sua malizia, intendendo egli, oltre che far pervenire il suo messaggio al diretto interessato, sputtanarlo “Urbi et Orbi”.

E allora, fra la foto di un gatto persiano e quella del cocco di nonna, ci capita spesso di imbatterci in affermazioni del tipo: “Questo è un ragù… non quello che fa quella cornutazza!” Oppure… i pizzini degli utenti meno acculturati sono i più spassosi: “Ai stato tu, non telo perdonerò mai!”

Grazie di cuore ai tanti che così contribuiscono a rendere meno grigie le mie giornate e riescono a strapparmi un sorriso anche quando sono in preda a un feroce attacco di sciatalgia ma… mi domando, non sarebbe più conveniente, e soprattutto meno ridicolo, rivolgersi privatamente al diretto interessato o avere le palle per farlo in pubblico, chiamandolo per nome e cognome?

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

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