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Ma che c’entra, direte voi, la nobile protome di Umberto Eco con le intemperanze plebee di Gasperino er carbonaro o con le gambe conturbanti di Mrs. Robinson? Qualcosa c’entra e se avrete la pazienza di leggermi ve lo spiego.

Chi è il chiarissimo professor Umberto Eco se non il laureato per antonomasia? Otre a quelle conseguite al termine di un regolare corso di studi ne ha ricevute ben 39 honoris causa, più delle bambole che ingombrano la cameretta della mia nipotina Sara.

L’ultima, in “Comunicazione e cultura dei media”, gli è stata conferita giorni fa dall’Università di Torino e, nel corso della rituale Lectio Magistralis, il nostro si è abbandonato a dichiarazioni nelle quali echeggiano le parole sprezzanti del marchese del Grillo:

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.

Ma vi rendete conto? Oggi persino Gasperino er carbonaro, a patto di possedere un portatile cinese, può arrogarsi il diritto di parola, e ciò senza dismettere i luridi e fetenti panni del mestiere. Chiarissimo professore, mi verrebbe da dirle se volessi prendermi gioco di Lei, com’erano belli i tempi in cui per farlo occorrevano toga e tocco, magari bisunto dall’eccesso di Brillantina Linetti! Com’erano belli i tempi in cui la cultura, riservata a una ristretta cerchia di eletti, era custodita esclusivamente nelle biblioteche, reliquiari di sapienza, mentre oggi, orfana vagante, è esposta alle brame di un qualsiasi bruto!

Passi pure un tamarro come Salvini, quando afferma che gli immigrati sono tutti brutti, sporchi e cattivi, perdonate l’ennesima citazione cinematografica, ma sentire espressioni altrettanto “ruspanti” uscire dalla bocca del Chiarissimo, nel corso di una lectio Magistralis, è cosa che ci lascia interdetti.

Parole che grondano della stantia spocchia intellettuale di chi, onusto dei suoi titoli e della sua gloria, se vera lo diranno i posteri, pretenda che quello di parola non sia un diritto, bensì un privilegio riservato a lui e ai membri della sua casta braminica e che chiunque altro l’eserciti di conseguenza abusivamente e debba essere messo alla berlina.

Affermazioni ancor più sorprendenti se si considera che il Chiarissimo, oltre ad altri mestieri, esercita anche quello di semiologo. Un semiologo che sembrerebbe riemerso da decenni di coma, trascorsi abbarbicato alla sua Treccani, senza la minima consapevolezza della rivoluzione informatica che ha cambiato il mondo della cultura e della comunicazione.

Esca dalla sua tranquilla torre d’avorio, Chiarissimo! Se gli utenti di internet le ricordano i quattro amici avvinazzati al bar, lei mi ricorda un vecchio topo di biblioteca avulso dalla realtà contemporanea, avvezzo a maneggiar vecchi tomi e a discettare del sesso degli angeli coi suoi pari.

Oggi anche gli intellettuali come lei devono avere il coraggio di sporcarsi le mani e affondarle in quella discarica di parole e di pensieri che è Internet, magari per insegnarci a non soccombere a causa di una pletora di informazione che spesso, anziché aiutarci a capire il mondo in cui viviamo, ci confonde.

E’ uno strumento di comunicazione ancora giovane, sregolato e insidioso, ma rappresenta il futuro e dev’essere libero, anche a costo di dar voce agli imbecilli. L’importante è saper distinguere e non generalizzare in modo grossolano e imperdonabile come lei ha fatto, Chiarissimo, perché è proprio fra i giovani o meno giovani utenti dei social e fra i blogger, la nuova frontiera nel mondo della cultura, della comunicazione e dell’informazione, che fioriscono cervelli pensanti con lo sguardo rivolto non solo a un nobile passato ma alle nuove frontiere della conoscenza.

Chi si attarda nella nostalgica contemplazione dei bei tempi che furono, augurandosi che la riscossa degli “autorevoli” e autorizzati giornali cartacei, annichilisca i veri o presunti imbecilli che infestano la rete, con la brutalità delle ruspe salviniane, potrebbe forse esser ricordato, in un giorno non lontano, soltanto come un nome stampato sul dorso di ormai vecchi e polverosi tomi.

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

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