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Si dice che i Cinesi mangino tutto ciò che vola, tranne gli aerei, e tutto ciò che ha quattro zampe, tranne i tavoli.

In generalizzazioni come questa, non di rado, si nasconde un fondo di verità. La cultura alimentare cinese è molto diversa dalla nostra e certe prelibatezze come il pesce mezzo vivo e mezzo morto, il pene di yak o il máodàn, l’uovo col pulcino dentro, di cui i Cinesi vanno ghiotti, a noi occidentali fanno ribrezzo.

Non c’è fumo senza arrosto, potremmo dire, proseguendo coi luoghi comuni, e per la precisione arrosto di cane, nel caso che ci accingiamo a trattare.

Anche quest’anno, per celebrare il solstizio d’estate, avrà luogo in Cina, nella prefettura di Yulin, il “Festival della carne di cane”, nel corso del quale verranno macellati migliaia di animali, le cui carni verranno servite ai festaioli.

Animali allevati all’uopo in condizioni tremende e, molto spesso, anche randagi catturati per strada o animali d’affezione sottratti ai loro proprietari dalle bande di criminali che concorrono all’organizzazione del “Festival”.

La macellazione di queste povere bestie avviene nei modi più crudeli e accade persino che alcuni di essi vengano scuoiati vivi.

Una notizia accolta da noi con orrore, alla quale hanno dato largo spazio i giornali e di cui si discute freneticamente sui social, in modo particolare Facebook, dove cani e gatti sono quasi considerati animali totemici, a giudicare dalla frequenza con cui vengono pubblicate le loro immagini, che rivaleggiano solo con quelle dei cocchi di nonno e di nonna e delle tette generosamente esposte.

Tralasciando gli scontati anatemi dei vegani, il cui amore per gli animali va a volte di pari passo con l’odio per il genere umano, il tono delle denunce è generalmente aspro, dettato da pulsioni irrazionali e viscerali, più che dalla ragione, al punto che chiunque si azzardi, legittimamente, finché ci sarà libertà di espressione, a parlare di tradizioni culturali diverse dalle nostre, ma altrettanto rispettabili, viene aggredito da orde di animalisti invasati che gli augurano di essere a sua volta scuoiato vivo e dato in pasto ai festaioli.

Intendiamoci, io sono il primo a indignarmi di questa mattanza, ma ho l’abitudine, qualunque sia l’oggetto delle mie osservazioni, di ragionare col cervello e non con le budella, e soprattutto non dimentico mai, pur rispettando e amando gli animali, che essi non hanno la stessa dignità dell’uomo e che possiamo cibarcene senza sentirci degli assassini.

Giustificare un tale scempio in virtù del fatto che si tratti di una tradizione culturale mi sembra una presa di posizione un po’ debole. Se parlassimo, ad esempio, di infibulazione, credo che ben pochi occidentali si azzarderebbero a giustificarla in quanto tale e, al di là del caso limite che propongo, credo che anche in quello in esame si possa parlare tout court di barbarie, evitando improbabili arrampicate su specchi antropologico-culturali.

D’altro canto non possiamo neanche assumere, nei confronti di chi pratica questi costumi, un arrogante atteggiamento di superiorità morale e culturale, dal momento che anche in Occidente simili nefandezze vengono praticate e giudicate con minore severità. Pensiamo ad esempio al trattamento riservato alle oche da foie gras o alle aragoste gettate vive nell’acqua bollente.

La differenza fra noi e i Cinesi consiste nel fatto che mentre essi praticano uno specismo assoluto, noi Occidentali tendiamo a relativizzarlo, attribuendo ad alcune specie animali maggior dignità rispetto ad altre e quindi consideriamo moralmente riprovevole cibarci di animali d’affezione come i cani, ma non ci facciamo il minimo scrupolo davanti a una bistecca di manzo. Mi riferisco, naturalmente, alla maggioranza, poiché il problema, esaminato dal punto di vista dei vegetariani, assume un aspetto diverso.

Ben venga, dunque, la mobilitazione contro il “Festival” che, a quanto mi risulta, crea qualche imbarazzo alle stesse autorità centrali cinesi, ma conserviamo il senso della misura, senza spararle grosse, e soprattutto ricordiamoci che la Cina non dà scandalo tanto per la sua crudeltà nei confronti degli animali quanto per quella nei confronti degli esseri umani.
In quel paese migliaia di dissidenti politici, di intellettuali indipendenti e di aderenti al Falun Gong vengono torturati e assassinati sotto lo sguardo indifferente dei media e della pubblica opinione occidentali. Sui social si parla di tutto ma, frequentandoli da anni, mi è capitato assai raramente di veder affrontato il tema dei diritti umani in Cina. E’ un paese troppo potente, politicamente e commercialmente, e non conviene irritarlo mobilitandoci sui social contro le sue atrocità. Possiamo sempre sfogarci prendendocela coi mangiatori di cani della prefettura di Yulin, che tanto stanno già sulle balle anche ai tiranni pechinesi.

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

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