In un recente articolo, a proposito del Nobel per la Letteratura, feci un elenco di autori che, pur meritandolo largamente, non ne sono stati insigniti, dimostrando come a volte la Svenska Akademien abbia preferito assegnare il premio con criteri più politici che letterari o penalizzando autori ritenuti eccessivamente elitari.
Analogo discorso potremmo fare per il Premio Oscar e l’edizione del 2012 ne è un esempio paradigmatico. “The Artist”, più che vincere, stravinse: miglior film e migliore regia, quella del francese di origine lituana Michel Hazanavicius.
Un bel film, un omaggio al cinema, non solo al muto, di cui ricalca filologicamente gli stilemi, dimostrando che una storia ben costruita, piena di passione, di tensione drammatica e, perché no, con un bell’happy end, anche se in bianco e nero e senza dialoghi (la colonna sonora c’è e si sente), è ancora in grado di incantare il pubblico, in virtù di quello “specifico filmico” che dai fratelli Lumière ad oggi, nonostante i prodigiosi progressi tecnologici, è sempre lo stesso.
Detto ciò dobbiamo però aggiungere, e non per sminuire il merito di Hazanavicius, che la scelta dell’ Academy of Motion Picture Arts and Sciences, com’è accaduto sovente nella lunga e gloriosa storia degli Oscar, si rivelò anche in quella occasione discutibile, anzi discutibilissima.
A contendere le statuette a “The Artist” e al suo autore c’erano infatti due opere straordinarie: “Hugo” di Martin Scorsese e “The Tree of Life” (già vincitore della Palma d’Oro) di Terrence Malick.
Anche il film di Scorsese è un omaggio al cinema, attraverso la figura di colui che lo reinventò, il vulcanico Georges Méliès, osservato dagli occhi sognanti di due bambini; ma se “The Artist” rimane, tutto sommato, nell’ambito del convenzionale, “Hugo” è una prodigiosa opera di fantasia visionaria, una poetica metafora della vita che può essere letta sia come una favola per fanciulli, sia come un apologo dai profondi contenuti morali e filosofici, per non parlare delle straordinarie soluzioni tecniche grazie alle quali, a partire dalla spericolata carrellata iniziale, lo spettatore è come avvolto dalla magia delle immagini e può riprovare le intense emozioni e lo stupore di chi, oltre cent’anni fa, assistette alla proiezione de “L’Arrivée d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière o di “Le voyage dans la Lune” di Méliès.
E ancor più discutibile risulta il mancato conferimento degli Oscar a “The tree of life”, considerato uno dei migliori film del secolo e in assoluto della storia del cinema, e al suo autore, il geniale Terrence Malick.
Un film da “Sindrome di Stendhal”, un film difficile, per palati estremamente raffinati e sensibili a una visione che solo in apparenza può sembrare vecchia e banale e che invece l’autore rivitalizza, calandosi nel profondo e riproponendocela, come direbbe Ungaretti, “Scavata nella vita come un abisso”.
Un abisso spazio-temporale dal quale emerge una visione escatologica in cui l’Uomo acquista piena consapevolezza della sua natura, delle sue origini e del suo destino, in un universo nel quale si pone in una posizione centrale, come l’unico essere dotato di autocoscienza e di libero arbitrio, ma pur sempre parte di un disegno universale nel quale ogni altro essere, anche il più apparentemente insignificante e ogni cosa sono illuminati dalla stessa bellezza e condividono una scintilla di quel fuoco che è la causa e il fine di tutto.
Dal caos originario, attraverso una storia qualunque, arriviamo alla bellissima e struggente sequenza finale, ove tutto si riordina, si ricompone, e trova la sua giustificazione ultima in un abbraccio universale.
Questo è Malick, questo è il cinema, quando si propone soprattutto come arte e non come spettacolo o industria e non sempre, nei suoi 86 anni di vita, è stato premiato dal vecchio zio Oscar.

Federico Bernardini

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