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17 maggio 1915. D’Annunzio arringa la folla radunata presso il Campidoglio

Di Ruggero Morghen A Roma Gabriele d’Annunzio termina il suo famoso discorso dalla ringhiera del Campidoglio – è il 17 maggio – invitando l’uditorio: “Offriamo noi stessi alla Patria, celebriamo il sacrifizio volontario, prendiamo il presagio e l’augurio”. Qualche giorno prima il poeta era stato a Quarto, “presenti i fotografi” rileva Gabriele D’Autilia, che aggiunge: “Il vate, dichiarando guerra all’Austria al posto del governo e reclutando Garibaldi tra i nazionalisti, inaugura un nuovo stile politico che non può più fare a meno dell’obiettivo fotografico. Giolitti invece diffida della macchina fotografica, è un notabile piemontese tutto d’un pezzo dell’era dei lunghi tempi di posa, è proprio l’opposto di d’Annunzio”.
Per il poeta di Pescara, del resto, “Giolitti non è nulla più che una macchina per amministrare, il capo di tutti i birri, di tutti gli uscieri, di tutta la gente per la quale il signore della Capponcina ha un pertinace disgusto”. Lo rileva Giovanni Ansaldo ne Il ministro della buona vita, riportando un saporoso aneddoto: “Il libraio De Marinis racconterà che una volta D’Annunzio, davanti a lui, sfogliando un classico edito dal tipografo cinquecentesco Giolito de’ Ferrari, sussurrò dubbioso: “Giolito… Giolito… Ma non vi è anche oggi una famiglia Gioliti o Giolitti?”.
Collaboratore proprio di Giolitti ed articolista de La Stampa, il marchigiano Luigi Ambrosini, scrittore e letterato di assai varia attività (collaborò anche al Marzocco), pubblica frattanto a Milano Un mese in Germania durante la guerra. Allo scoppio del conflitto, dal canto suo, Fernando Agnoletti sostiene tenacemente l’intervento italiano scrivendo Trento e Trieste (1915), che ben presto diverrà l’inno dei nazionalisti più fervidi. È interventista anche Luigi Albertini, senatore da un anno, antigiolittiano e fautore della campagna di Libia. Sarà poi contro gli acquisti in Dalmazia e per un accordo con la Jugoslavia.
A Pisa nel 1915 nasce Silvano Ceccherini. Troncati gli studi in quarta elementare, eserciterà diversi mestieri, dal manovale allo scaricatore di porto, venendo condannato a una pesante pena nell’immediato dopoguerra. Dopo La traduzione, scritto in carcere (e reso a Varsavia col titolo “Droga”), usciranno di lui La signorina della posta e Dopo l’ira.
Della ricca produzione teatrale di Giuseppe Adami (1878-1946) si ricorda invece, in lingua, Capelli bianchi, che è proprio del 1915. Nello stesso anno esce – sempre a Milano – un suo saggio su Maria Melato. A Firenze escono anche, a cura di Jarro (G. Piccini), le Chiose alla cantica dell’Inferno di Iacopo Alighieri, figlio di Dante. Trascurando spiegazioni letterali del testo e chiarificazioni storico-biografiche, Iacopo si sofferma qui sull’allegoria, ché il poema del padre è per lui – essenzialmente – rappresentazione allegorica della vita umana in tre diversi stati morali.
L’ischitano Mons. Onofrio Buonocore, insegnante presso il locale Seminario diocesano, che Curzio Malaparte confinato ad Ischia riconobbe come “infaticabile organizzatore e prolifico scrittore di storia ischitana”, ricorda: “Sino al 1915 nell’Isola funzionavano solo striminzite scuole primarie, mentre nelle aule di Santo Antonio, intorno alla prima scuola media, si agitava la gioventù assetata di sapere, in moltitudine ogni giorno in aumento”. Del marzo-aprile 1915 sono le ultime notizie relative alla sede dell’Istituto tecnico adiacente al seminario. E il 26 ottobre, festa del beato Bonaventura da Potenza (che “aveva tenuto dimora in quel luogo”), è inaugurato ad Ischia il nuovo “Alessandro Volta”, presso il convento di Santa Maria delle Grazie oggi comunemente noto come “S. Antonio”.
Sempre ad Ischia, ecco La Vedetta del Golfo. Il periodico cattolico – un quindicinale -, inaugurato il 25 dicembre del 1908, ebbe vita fino al 1915. “Esso – nota Lucia Annicelli – offre un quadro chiarissimo dell’impegno del Buonocore nella realtà socio-culturale dell’isola”. Il 15 maggio “venne tirato nelle rimesse” anche il movimento politico ischitano Il Carroccio. “L’impegno bellico – conclude l’Annicelli – ridusse sensibilmente di numero i giovani intellettuali” promotori ed aderenti al gruppo.
Questo ed altro accadde nel 1915, giusto cent’anni fa.

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