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E anche quest’anno mi sono ridotto all’ultimo momento, ancora non ho raccattato i quindici crediti formativi per ottemperare all’obbligo della formazione continua imposta dal legislatore a tutti gli iscritti agli ordini professionali, il mio è quello dei giornalisti.

Già suona strano il fatto che esista un ordine dei giornalisti; in Europa, oltre all’Italia, lo ha solo il Portogallo, il nostro creato ai tempi di Mussolini e poi riformato con la Legge 3 febbraio 1963, n. 69, il loro ai tempi di Salazar. La Resistenza e la Rivoluzione dei garofani hanno abbattuto i monumenti dei tiranni ma non l’ordine dei giornalisti, inscalfibile come il monolito di 2001 Odissea nello Spazio.

Negli altri paesi europei giornalista è, semplicemente, chi il giornalista fa e, rispettando alcuni requisiti fondamentali, che possono variare da paese a paese, è iscritto ad una libera associazione di categoria, non sottoposta come da noi, non so in Portogallo, alla vigilanza del Ministero della Giustizia, cosa da regime dittatoriale più che da sistema democratico.

Dal primo gennaio del 2014, per effetto dell’art.7 del Dpr 137/2012, anche ai giornalisti è stato esteso l’obbligo della formazione professionale continua, come già previsto per gli iscritti agli altri ordini. Tutto ciò senza tenere nel minimo conto la peculiarità della professione giornalistica, lo stesso Ordine si è più volte espresso in senso contrario, e senza indicare né sicure linee guida sull’organizzazione dei corsi di aggiornamento né sull’entità delle sanzioni disciplinari, previste ma non specificate, che i rispettivi organi di disciplina dovranno infliggere ai trasgressori. Tipicamente, desolatamente italiano.

Anche in questo caso, alle lacune del provvedimento legislativo si è rimediato ricorrendo all’antica arte italica del fai da te. Sia gli ordini regionali sia altri enti “convenzionati” hanno messo a disposizione degli iscritti, compresi coloro che esercitano la professione da decenni e magari dirigono testate prestigiose, aggiornandosi sul campo ogni giorno che Dio concede alla terra, una pletora di corsi sugli argomenti più disparati, e a volte improbabili, che solo una mente ottenebrata potrebbe considerare una seria occasione di aggiornamento professionale. Naturalmente, molti di questi corsi sono a pagamento e ciò, almeno, fra tanta confusione, ci consente di avere un’unica certezza: qualcuno ci guadagnerà.

Ma il vero capolavoro è il capitolo delle sanzioni disciplinari che dovranno essere inflitte a coloro che evaderanno l’obbligo della formazione. Un capolavoro di reticenza insuperato e insuperabile, rispetto al quale persino l’annuncio televisivo col quale Ugo Zatterin, il 20 settembre del 1958, rese noto agli italiani il provvedimento di chiusura dei bordelli, potrebbe essere portato come esempio dichiara e corretta informazione.

Nelle disposizioni attuative del regolamento sulla formazione professionale continua si legge che agli inadempienti l’ordine regionale di appartenenza invierà un avviso bonario, col quale essi verranno invitati a dare inizio entro tre mesi al percorso formativo e, in caso di ulteriore inadempienza, verranno deferiti agli organi disciplinari, che prenderanno i provvedimenti del caso, come dire tutto e niente, dal momento che le sanzioni disciplinari vanno dal semplice avvertimento alla radiazione dall’albo. Me ne sono chiesta la ragione, ma essa è forse custodita nelle menti di coloro che gravitano nelle alte sfere, dico forse perché non mi sento di escludere che essi stessi l’ignorino e stiano semplicemente cercando di guadagnare tempo. Una cosa è certa, là dove ci troviamo di fronte all’incertezza della pena possiamo parlare di aberrazione giuridica.

Visto, poi, che gli iscritti all’Ordine sono più di 110.000, tutto lascia prevedere che qualunque procedura si rivelerà lunga e farraginosa, ostacolata da valanghe di ricorsi ed eccezioni, un gran pasticcio all’italiana, insomma. Che fare allora, quando si consideri inutile o addirittura umiliante tornare sui banchi dopo decenni di onorata professione? Si può tirare alle lunghe aspettando l’avviso bonario o la ventilata abolizione dell’obbligo, giocarsi il terno al lotto del semplice avvertimento o rassegnarsi a perdere alcuni giorni per partecipare a qualche seminario durante il quale si potrà ammazzare il tempo chattando con l’amante in attesa di ritirare l’attestato di frequenza o seguendo uno dei tanti corsi online con questionario di verifica finale che può essere reiterato all’infinito e che, per la legge dei grandi numeri, può essere risolto anche da uno scimpanzé.

Io, che sono stato sempre ligio all’osservanza delle leggi, ho deciso di partecipare a un seminario sulle renne della Carelia e a una conferenza sulla funzione taumaturgica della preghiera presso i Lapponi. Che ne dite, potrò considerarmi professionalmente aggiornato alla fine di questo percorso formativo o pensate che sia meglio orientarsi verso la storia della melanzana nella cucina siciliana?

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

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