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Duilio Poggiolini, l’ottantaseienne ex direttore generale del servizio farmaceutico nazionale del Ministero della Sanità, soprannominato “Re Mida” a causa dei tesori accumulati in anni ed anni di corruzione sfrenata, è stato trovato in condizioni pietose in una casa di riposo abusiva della Capitale, dov’era ospitato pagando una retta di 600 Euro al mese, una miseria che di per sé ci fa capire quale fosse il livello della struttura.

Un caso di cronaca come molti altri, si direbbe. Uno dei tanti poveri vecchi non autosufficienti abbandonati nelle mani di uno dei tanti gestori disonesti di ospizi che speculano sulla loro pelle suscitando la nostra indignazione.

Ma non è così. Poggiolini non merita la nostra compassione, anzi, crediamo che egli, dopo aver accumulato oro e gemme preziose, sia stato giustamente condannato, per una sorta di legge del contrappasso, a giacere sui suoi escrementi. Pena fin troppo lieve, giacché, a nostro giudizio, avrebbe meritato di essere condannato all’ergastolo e di finire i suoi giorni marcendo una lurida cella.

Parliamo di un uomo che, sfruttando la sua posizione, è stato capace, in cambio delle laute tangenti riscosse dalle industrie farmaceutiche, che in molte occasioni si comportano come vere associazioni a delinquere, non solo di manipolare i prezzi dei farmaci, ma addirittura di consentire, eludendo i controlli, di immettere sul mercato sacche di emoderivati infetti dal virus dell’Aids e dell’epatite, causando la morte di centinaia di malati. Un vero criminale, alla stregua del dottor Menghele, che non merita alcuna pietà.

E come lui non merita alcuna pietà l’ex ministro della sanità Francesco De Lorenzo, anch’egli corrotto dalle case farmaceutiche. Lo ricordiamo quando predicava dal pulpito del Maurizio Costanzo Show, uno dei tanti fenomeni da baraccone dati in pasto agli Italioti dal Barnum de noantri.

Quando scoppiò lo scandalo, giocando sull’omonimia, pubblicai una poesia satirica sulla falsariga del “Poggiolini” di Marino Moretti, rispettando sia il numero delle strofe sia la struttura metrica del suo componimento.

L’ho pubblicata anche su Facebook, nella più desolante indifferenza dei lettori, avvezzi a ben altro genere poetico, quello di chi, non sapendo fare altro e grazie al fatto che a leggere e scrivere siamo buoni più o meno tutti, si sono costruita una solida fama letteraria mettendo in fila parole in libertà. Gente che non riuscirebbe a comporre un sonetto neanche se minacciato di tortura.

Un sonetto? Roba vecchia, direte voi, oggi la poesia si è finalmente liberata della gabbia della metrica classica e i poeti compongono in libertà. Giusto, ma prima di comporre in libertà occorre conoscere i fondamentali della propria arte, occorre avere i ferri del mestiere. Per meglio comprenderlo conviene citare l’esempio dei pittori, anche Mondrian e Picasso, prima di arricchirsi coi loro sbrodeghezzi e coi loro potacci, ci hanno dimostrato di saper dipingere. Diffidate di chi esordisce bruciacchiando sacchi di juta o vendendo barattoli di merda.

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

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