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Negli anni Settanta il mio amico Livio lavorò in Africa, prima in Kenia e poi in Tanzania, per un’impresa italiana che si occupava della costruzione di grandi opere pubbliche. Di quella sua esperienza mi parlò anni dopo, tra una partita a scacchi e l’altra e, ripensandoci, trovo che alcuni degli episodi da lui narrati abbiano una qualche attinenza col nostro presente.

Gli ingegneri, i tecnici, il personale amministrativo e gli operai specializzati della ditta erano tutti italiani e solo gli operai generici e la bassa manovalanza venivano reclutati fra la gente del luogo. Gente primitiva, inaffidabile e poco incline al lavoro, che credeva che anche gli impianti Marini avessero un’anima. Erano, però, molto servizievoli, umili, addirittura servili, anche nei confronti dell’ultimo operaio bianco. “Quella gente – diceva Livio – ha ancora la mentalità e l’atteggiamento dello schiavo”.

Un giorno, per ingraziarsi i “padroni”, che avevano visto segare delle traverse di legno, decisero, credendo che l’opera andasse “completata”, di ridurle in cubetti, rendendo inutilizzabile una grande quantità di prezioso legname e facendo montare in bestia Livio, che dirigeva i lavori.

Nella speranza di evitare ulteriori iniziative di tal sorta, il mio amico scelse tra loro quelli che gli parevano i più svegli e li nominò capisquadra. Una volta investiti di tale autorità, i prescelti mutarono completamente atteggiamento, quasi per effetto di una repentina mutazione antropologica che, da umili e servili esecutori di ordini, li trasformava in spietati Kapò.

La prima cosa che fecero fu quella di procurarsi le insegne del loro potere e, quasi li tenessero nascosti nella speranza di potersene un giorno fregiare (“Ogni soldato porta un bastone di maresciallo nello zaino”, diceva Napoleone), tirarono subito fuori dei logori berretti con la visiera di foggia militaresca e dei robusti randelli, per accarezzare la schiena dei loro ex colleghi negligenti.

Oltre a dimostrarsi di una cattiveria inaudita, i Kapò si rivelarono presto anche rapaci e corrotti, depredando i loro sottoposti di ogni loro misero bene e facendosi da essi servire fuori dell’orario di lavoro con la minaccia di farli altrimenti licenziare. Ma non vi furono più traversine ridotte in cubetti e la produttività dei locali aumentò drasticamente, cosicché, dando prova di una bieca mentalità colonialista, il buon Livio lasciò che i tirannelli svolgessero indisturbati il loro sporco lavoro.

Un giorno uno di loro, un uomo grande e grosso, si ammalò e fu ricoverato in ospedale. Dopo qualche tempo, non avendo più sue notizie, Livio andò a trovarlo e lo trovò ridotto allo stremo, quasi moribondo. “Non mi stanno curando – gli disse il Kapò – qui le medicine le devi pagare, e poi devi pagare il medico che le prescrive e l’infermiere che viene a farti l’iniezione, se no crepi”. Capita l’antifona, il mio amico unse abbondantemente le ruote (un colonialista dal volto umano) e in breve il poveretto fu dimesso dall’ospedale in perfetta salute.

“Ma che c’entra tutto ciò con l’Italia dei nostri giorni? “ direte voi a questo punto. Secondo me c’entra e come, invece; lo pensavo giusto poco fa, leggendo la notizia di quel piccolo burocrate romano scoperto a truccare la gara di appalto di alcuni lavori stradali in occasione del prossimo Giubileo. Probabilmente un brav’uomo, come milioni di altri che tirano la carretta ma, appena un minimo di potere gliene dia l’occasione, tirano fuori il peggio di sé.

E più si sale nelle gerarchie burocratiche e politiche più grandi sono gli appetiti: dai ladri di polli che si annidano negli squallidi uffici periferici ai satrapi che poggiano le loro auguste chiappe sugli scranni dei palazzi del potere. Ormai il ladrocinio e la corruzione non dovrebbero neanche far più notizia, sono diventati la norma, sono il cane che morde l’uomo e non l’uomo che morde il cane.

E se poi abbiamo la disgrazia di ammalarci, soprattutto dopo gli ultimi, infami tagli alla sanità pubblica, non ci resta che affidarci alla buona sorte o a qualche santo, se ci crediamo, o cercare il buon Livio di turno che ci consenta di oliare le ruote di quella privata.

La Cina è vicina, ma anche l’Africa, ormai.

Federico Bernardini

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