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Di Michela Elettra Salvatore Bisognerebbe fare delle analisi lucide nella vita. Bisognerebbe sapersi mettere davanti ad uno specchio e saper parlare a se stessi.

Parlare a se stessi: una delle cose più improbe e complicate che un uomo possa avere l’ardire di fare. Sì, perché è proprio quando ci si rivolge a se stessi, al proprio io, alla propria coscienza, che si diventa più bugiardi, ipocriti, falsi e che ci si inventa mille scuse e mille inganni pur di uscirne “puliti”.

Avete mai visto com’è sempre più facile e comodo puntare il dito contro altri, persone, situazioni o accadimenti, e assolvere se medesimi? È uno dei pochi momenti in cui si torna bambini, come quando si rubava la cioccolata e si accusava il fratellino, la sorellina o l’angioletto, per chi, come me, era figlio unico. Tutti bambini, insomma, quando vogliamo scaricarci un peso, una responsabilità, una “magagna” di dosso.

Ma poi, quando ne prendiamo coscienza, quando restiamo da soli a riflettere, come ci sentiamo?

Le reazioni possono essere le più disparate. Innanzitutto c’è il gruppo di coloro che negano tutto, negano sempre, fino allo stremo, anche allo specchio; c’è chi “la cosa non mi tange”; ci sono quelli che vanno in chiesa a pregare per poi uscirne con la sensazione di avere la coscienza Linda; quelli che promettono “mai più “; e quelli, come me, che pensano, rimuginano e fanno diventare il loro peso un masso addirittura insopportabile.

Chi agisce meglio e chi peggio non sta a me, ovviamente, dirlo. Forse sarebbe più giusto dire: chi è più ridicolo e chi meno, ma non affronto la questione.

Una cosa è certa, oggi, guardandomi dentro e, poi, voltando lo sguardo intorno, mi sento, per certi versi, “meno sola”, come dire: beati monoculi in terra caecorum.

Anche questo, però, è un atteggiamento terribilmente puerile, da “creature da asilo infantile”. E allora che faccio? Mi taccio e lascio voi, ma soprattutto me, alla recita del proprio Atto di Dolore.

Illustrazione tratta da Google immagini

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