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Rafael Alberti (El Puerto de Santa María, 16 dicembre 1902 – Cadice, 28 ottobre 1999)

Uno dei poeti più famosi, amati e citati del ‘900; secondo me più grazie alla sua figura carismatica di agitatore politico e di esiliato “bello di fama e di sventura” che ai suoi versi. Molti anni fa, una mia amica ispanista, che ebbe modo di frequentarlo e si era laureata con una tesi su di lui, me ne dette un’autorevole conferma: “Rafael è un grand’uomo, ma non un grande poeta”.

Una vita avventurosa, la sua, ricca di esperienze culturali, oltre che poeta fu pittore, e anche di grandi passioni amorose. Consultando, poco fa, la voce di Wikipedia a lui dedicata, mi sono reso conto, ancora una volta, di quanto questo “Bignami” dell’era informatica sia lacunoso. Tra le donne della sua vita, infatti, non è nominata quella che, ai tempi del suo soggiorno romano, dal 1963 al 1977, fu la sua musa e la sua amante, cui il poeta dedicò molti dei suoi versi: Beatriz Amposta.

L’ho conosciuta, siamo stati amici, tra la fine degli anni ’80 e i primi dei ’90; ancora bella, affascinante “con quella sua aria di favorita del Sultano”, come qualcuno ha scritto.

Di agiata famiglia catalana, dopo la laurea in biologia si era trasferita a Roma, per collaborare col Nobel Renato Dulbecco. Collaborazione subito interrotta quando conobbe Alberti, cui la meravigliosa biologa, gettando alle ortiche quella che sarebbe stata una brillante carriera accademica, avrebbe dedicato i migliori anni della sua vita, seguendolo anche nella sua avventura di Anticoli Corrado, meta di frequenti visite da parte di molti tra i più illustri artisti e intellettuali del momento, con alcuni dei quali ella avrebbe allacciato una duratura amicizia.

Durante una delle nostre lunghe e piacevolissime chiacchierate notturne, mi raccontò di come Alberto Moravia, allora critico cinematografico dell’Espresso, detestando andare al cinema da solo, le chiese di diventare la sua accompagnatrice ufficiale. Critico sui generis, Moravia, che, a coloro i quali lo rimproveravano delle sue critiche sempre benevole, rispondeva: “Io recensisco soltanto i film che mi piacciono!”.

A volte ci salutavamo a giorno fatto, davanti al portone del palazzo al civico 88 di via Garibaldi, a Trastevere, dopo aver trascorso la notte tra ricordi e ricette per risolvere i problemi del mondo. Quella era stata la casa romana di Alberti e lei continuò a viverci ancora per anni, anche dopo il ritorno in patria del poeta.

Una casa piena di libri e di quadri, che lei aveva quasi reso inabitabile accatastando in ogni dove ogni sorta di mobili e di cianfrusaglie, che aveva la mania di acquistare dai rivenduglioli di Porta Portese, e dove i suoi trenta gatti la facevano da padroni.

Donna bizzarra, Beatriz, un po’ zingaresca, che dopo aver rinunciato alla sua carriera ed essere stata abbandonata da Alberti, non era più riuscita a trovare una nuova dimensione di vita, quasi prigioniera dei suoi grandi ricordi.

So che non abita più all’88 di via Garibaldi, anche se ormai non ci frequentiamo da tempo. L’ho rivista per caso, non più di un anno fa, a una fermata del metrò. I nostri sguardi si sono incrociati fuggevolmente e poi abbiamo seguitato, ciascuno per la sua strada, senza rivolgerci un saluto. Io ho avuto un tuffo al cuore, Beatriz… non so tu.

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Durante il suo soggiorno romano, Alberti fu tra i frequentatori del Caffè Di Marzio, in Piazza Santa Maria. Tra i più assidui, Valerio Zurlini, sempre in compagnia del suo cane Marco, che Alberti commemorò coi versi che vedete riprodotti in questa immagine… quante serate ho trascorso, in quella che oggi mi appare come un’altra vita, seduto al tavolino di fronte alla parete cui è ancora appesa. A volte, Beatriz, penso di essere rimasto anch’io prigioniero dei miei ricordi.

Federico Bernardini

Illustrazioni tratte da Google immagini

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