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Vi sono ancor oggi dei Cattolici, non pochi, il cui sentimento religioso, primitivo, rozzo e violento, è assimilabile a quello dei Franchi del secolo VI, fortemente legati alla tradizione pagana e solo sommariamente evangelizzati.

Un Cattolicesimo incrostato di superstizione, come ben sapeva Gregorio di Tours, il grande evangelizzatore dei Franchi, che nei suoi sermoni era solito ricorrere a simboli propri del paganesimo per rendere il messaggio cristiano comprensibile a un popolo antropologicamente e culturalmente incapace di cogliere i più profondi valori spirituali della nuova religione. Un popolo legato a una visione antropomorfica e politeista della divinità, popolata di entità benigne e maligne che si contrappongono con lo spirito guerriero proprio dei barbari.

Entità che nella nuova religione si trasformano in schiere di angeli e demoni che si contendono l’anima dell’uomo in ogni momento della sua vita e soprattutto in quello del trapasso. Una vera battaglia, immagine forte e familiare al barbaro semicivilizzato e a malapena convertito, come appare in una preghiera del VI secolo che si recitava al capezzale dei morenti, intorno ai quali l’esercito del bene e quello del male si combattevano per conquistarne le anime. In tale contesto gli oranti partecipavano attivamente alla contesa, assumendo il ruolo di truppe ausiliarie dell’esercito del bene.

Ed ancor oggi molti Cattolici, incapaci di concepire il carattere metafisico del bene e del male, non possono fare a meno di ridurlo a una dimensione più concreta e più facilmente riconducibile ad una mentalità rimasta, per certi versi, primitiva, rozza e violenta.

Una mentalità tipica della religiosità popolare, che si nutre di immagini concrete: angeli, demoni, apparizioni e miracoli. Una mentalità che facilmente sfocia nella superstizione o, altrettanto facilmente, degenera in visioni New Age, popolate di angeli simili a Campanellino e demoni che evocano le fantasie disneyane di “Una notte sul Monte Calvo”.

Una religiosità superficiale, immatura, infantile, fomentata da santoni come Padre Pio, il Gregorio di Tours del XX secolo, capace di attirare masse di fedeli con la concretezza delle sue stimmate, dei suoi prodigi e delle sue strenue battaglie contro schiere di demoni che mordono e menano botte da orbi.

Bene lo definì un Cattolico pensante come Agostino Gemelli, che poi ritrattò, non sapremo mai se per obbedienza o intima convinzione: “Uno psicopatico ignorante e che indulgeva in automutilazione e si procurava artificialmente le stigmate allo scopo di sfruttare la credulità della gente”.

Gente molesta, in genere, che ha le adamantine certezze della beghina e ti guarda dall’alto in basso con la spocchia e l’intolleranza tipica degli ignoranti. Altra cosa è la vera Fede, fondata anche sull’intelligenza, sullo studio e sul dubbio, che difficilmente si manifesta in modo irrispettoso, arrogante e aggressivo.

“Il Cattolicesimo è una questione d’élite” mi disse Cornelio Fabro quando avevo vent’anni. Un’affermazione scandalosa, pensai allora, ma più di quarant’anni di esperienza mi portano oggi a ricredermi.

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Federico Bernardini

Illustrazioni:

1 – Gregorio di Tours

2 – Cornelio Fabro

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