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“Questa potrebbe essere l’ultima volta che mammina fa l’albero di Natale”, così mi disse mia madre un giorno di tanti anni fa, mentre addobbava l’abete; credeva di avere un male incurabile.

Non fu un bel Natale e credo che quell’espressione sia stata molto infelice; non l’ho mai dimenticata e ancor oggi, ripensandoci, mi si stringe il cuore. E quante volte gliel’ho rinfacciata, per gioco, un gioco crudele che mi sarei potuto e dovuto risparmiare e la faceva montare in bestia, come se io, fra tante parole magnifiche e tanti gesti amorevoli, ricordassi solo quelle parole infelici.

Scusami, mammina, da quando ho smesso di chiamarti così, non ti ho mai chiamata mamma, non so perché, forse per una incomprensibile, malata forma di pudore. Anche se quelle parole mi fanno ancora male non ho alcun risentimento; non ti rimprovero quel momento di debolezza perché tu hai speso una vita intera per insegnarmi, non solo con le parole ma soprattutto con l’esempio, cosa siano la forza, la volontà e la dignità, cosa sia l’abnegazione, che ho imparato a praticare fin troppo bene, pagandone a mia volta le spese.

Da tanti anni, ormai, non addobbi più l’abete e quest’anno, anche se lo volessi, non potresti farlo, perché ormai le tue vecchie gambe non reggono più e le tue mani tremano come le foglie d’autunno, che un soffio di vento improvviso potrebbe rapire.

Questa potrebbe essere veramente l’ultima volta, mammina, perché se anche il mio cuore lo rifiuta con dolore indicibile la tua vita si sta spegnendo, come la luce dei tuoi occhi, che ormai vedono solo ombre, quelle di un mondo infame e quelle del tempo perduto, che ormai si confonde con quello presente, in un altrove verso il quale i tuoi passi, sempre più lenti e sempre più stanchi, ti conducono.

Il tuo dolore e la tua disperazione di fronte alla morte, che si annuncia con voce sempre più prepotente, sono anche i miei, perché il cordone ombelicale che ci ha uniti per quei nove mesi fu tagliato solo fisicamente e quando tu morrai sarà come se morissi anch’io.

Quel giorno ci abbandonerà un’anima grande, non lo dico solo con amore di figlio, ma con la consapevolezza di tutti coloro che ti conoscono, che hanno udito la tua voce o hanno letto le tue parole. Mi ribello, come di fronte a una suprema ingiustizia, alla ineluttabile certezza che un giorno, temo non lontano, la tua bella testa, piena di storie da raccontare, di libri letti… più di quanti io potrei leggerne in una lunghissima vita, sarà ridotta a cosa inerte.

Poco fa, quando sono entrato nella tua camera per portarti una pillola e ti ho vista sederti a fatica sul letto con una smorfia di dolore, avrei voluto accarezzarti i capelli, bianchi come la neve purissima appena scesa, chiamandoti mamma, ma ancora una volta non ho saputo farlo.

Fra poco è Natale e ancora una volta, anche se non addobberai l’abete, io spero di averti comunque vicina, forse per quella forma suprema di egoismo che a volte si ammanta d’amore. Ancora una volta ti dirò buon Natale, ma accarezzando i tuoi capelli bianchi come la neve purissima appena scesa.

“Buon Natale, Mamma!”

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

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