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Coll’anno nuovo c’è un piccolo cambio di titolo. Non più “Centenari letterari” ma “I nostri centenari in pillole”. Un ampliamento d’orizzonte, dunque, e una correzione del tiro. “Nostri” qui suona bene, e poi allude ad eventi ormai occorsi. Quindi di tutti, quindi “nostri”.

Di Ruggero Morghen Da genitori versiliesi nasce a Bologna il 16 luglio 1916 il giornalista-scrittore Manlio Cancogni (morirà a Pietrasanta nel 2015). Nel 1942 pubblicò i primi racconti su Frontespizio e Letteratura. La sua attività giornalistica principiò a Firenze; fu poi corrispondente da Parigi per L’Espresso e, dal 1967 al ’68, direttore de La fiera letteraria. A Orsara di Puglia nasce invece Emilio Bigi. Insegnante e critico letterario, è autore di studi e saggi notevoli, nei quali il metodo della critica stilistica è applicato con finezza e discrezione. Dal canto suo, Bino Binazzi (1880-1930) fonda nel ’16 a Bologna il periodico letterario La brigata.
Nel combattimento di Monte Roite, il 18 ottobre, Gian Carlo Maroni viene ferito gravemente; sarà insignito di medaglia d’argento con la seguente motivazione: “Ferito, seguitava a comandare il proprio reparto nel combattimento, dando mirabile esempio di coraggio e fermezza ai suoi inferiori e incitandoli a persistere nell’azione”. Dai due mesi di ospedale Maroni, futuro architetto del Vittoriale, esce inabile: presterà servizio solo nelle retrovie. Il 26 ottobre, sul Col di Lana, Ezio Garibaldi – nipote di Giuseppe Garibaldi – viene ferito alla gola, trapassata da una pallottola. Si salverà. Muore, invece, a maggio sul monte Mrzli, il sottotenente degli alpini Nino Pernici, di 24 anni. La sua salma verrà tumulata nell’area costituita, il 6 novembre 2005, nel cimitero del Grez a Riva del Garda e dedicata ai caduti in guerra, come riconosciuti dal Commissariato generale onoranze caduti in guerra del Ministero della difesa.
Nazario Sauro scrive alla moglie: “Muoio contento soltanto di aver fatto il mio dovere di italiano”, e la invita a insegnare ai figli che loro padre “fu prima italiano, poi padre, poi uomo”. “Io muoio – proseguiva – col solo dispiacere di privare i miei carissimi e buonissimi figli del padre, ma vi viene in aiuto la Patria che è il plurale di padre”. Giurino dunque, Nino e i suoi fratelli, d’esser sempre – ovunque e innanzi tutto – italiani.
Il 16 aprile 1916 l’udinese Giuseppe Alberto Bassi, rientrato in Italia dalla Libia, è assegnato col grado di capitano al 150° Reggimento di Fanteria ed inviato al fronte. Il 6 agosto prende parte alla conquista di Gorizia, guadagnandosi una medaglia d’argento al valor militare. Alcuni giorni più tardi, il 19 agosto, viene trasferito sul Monte S.Marco al comando del terzo battaglione, alla testa del quale strapperà al nemico importanti posizioni, tra cui una munitissima trincea che prenderà il nome di Trincea Bassi; ne consegue la sua promozione al grado superiore per meriti di guerra. Il primo novembre è protagonista, sempre sul San Marco e alla testa del terzo, degli assalti contro le trincee Cuore e Belpoggio: azione per cui verrà promosso maggiore per meriti di guerra e decorato con una seconda medaglia d’argento.
Accortosi che la mitragliatrice pesante non fornisce alcun appoggio di fuoco nel periodo fra l’irruzione e il raggiungimento della trincea nemica, già nel ’16 Bassi pensa di far avanzare le squadre speciali di lanciatori di bombe a mano e quelle munite di pistole mitragliatrici sotto l’arco della traiettoria delle mitragliatrici e dell’artiglieria, mettendole quindi in condizione di neutralizzare i nuclei controffensivi nemici grazie alla superiorità di fuoco mantenuta fino a distanza ravvicinata. La pistola mitragliatrice Villar Perosa, calibro 9 Glisenti, che sparava con due canne i trenta colpi del suo caricatore, era concepita come una mitragliatrice leggera con scopi difensivi, non quindi come arma d’assalto. Ora Bassi e gli altri ufficiali degli Arditi la trasformano, con un’apposita imbracatura da appendersi al collo, in una micidiale mitragliatrice d’assalto a distanza ravvicinata. In seguito a quest’esperimento Bassi compila una memoria per la costituzione e l’impiego delle pistole mitragliatrici Fiat Mod. 15 /OVP – Officine Villar Perosa, che l’8 novembre inoltra al generale Giardino, comandante della 48^ divisione, da cui dipende.
Nella primavera del 1916 Lili e Max Weber viaggiano verso la Prussia orientale, con meta Tannenberg, alla ricerca del luogo ignoto dove è sepolto il soldato Hermann Schäfer, marito di Lili e cognato di Max. Durante il percorso, i due fratelli – ricorda Mario Aldo Toscano – interrogano silenziosamente se stessi, mentre “un punto compare infine all’orizzonte dalle foschie di una memoria già consunta, un frammento di spazio-tempo solo parzialmente definito, dove qualcuno riposa lontano ormai dal mondo, ma non da tutti i mondi possibili”.
Del 1916 è infine Luigi Montresor, detto “Lui”, nato a Brookville, Pennsylvania, ma cresciuto a Bussolengo, nel Veronese. Internato militare, questo fabbro amante della poesia venne catturato presso la caserma di Verona; faceva parte del 79° Reggimento di Fanteria, divisione Pasubio. Lungo tutto il periodo della prigionia – dal settembre 1943 al marzo del 1945 – fu in corrispondenza col padre Pompilio, cui scriveva: “Se non avessi avuto aiuti e grazie dal Signore e dalla Madonna…”. Dopo il rimpatrio, Montresor diverrà presidente della sezione Anei di Bussolengo.
Questo ed altro accadde nel 1916, giusto cent’anni fa.

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