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Di Michela Elettra Salvatore   M. è una gentile signora che ho conosciuto, qualche giorno fa, in una delle mie peregrinazioni fra corridoi e camici bianchi. L’ho trovata già lì, era in coda, seduta compostamente in attesa che la chiamassero. Quando mi ha vista, mi ha sorriso e mi ha fatto posto sullo scanno, accanto a lei.
Gentile e carina M., col suo cappottino scuro un po’ sdrucito e la sciarpetta colorata posta sotto al bavero. Avrà avuto più o meno sessant’anni, ma aveva un volto stanco e segnato dalla vita. Chissà quale sarà stata la vita di questa donna gentile, mi son chiesta, sedendomi accanto a lei. E non mi ci è voluto molto per scoprirlo, perché, dopo qualche minuto, è stata proprio M. a raccontarmela, a volermela raccontare. Una vita dura, pesante, fatta di lavoro e sacrifici. E di tanti guai e malattie. Si era sposata giovane M., era stata felice con suo marito, P. Erano riusciti a fare un breve viaggio di nozze e, poi, a comprare una piccola casa. Non avevano avuto figli, ma lei aveva avuto la fortuna di occuparsi dei bambini di altre signore, facendo la tata o la domestica. Il marito lavorava duro nelle acciaierie, cosa molto comune qui, in zona. Una vita semplice, fatta di piccole cose, di sacrifici, ma anche di qualche giorno al mare, il nostro mare, quello salentino. E la vita scorre, scorre calma, tranquilla, come di consueto, fino a quando il marito scopre di essere malato. Non è il primo, né l’unico ad ammalarsi in quella maledetta acciaieria. E così, per M., comincia un calvario che la porterà, insieme a P., da un ospedale all’altro. Dopo mesi di cure, sofferenza e dolore, P. muore e M. rimane da sola, stanca, angosciata e col portafoglio completamente vuoto.
Si chiude nella solitudine della sua casa, senza mai affacciarsi neanche ad una finestra. I suoi nove fratelli, tutti emigrati in Germania, fanno di tutto per convincerla a trasferirsi lì, da loro. Ma M. è tanto sconfortata quanto orgogliosa e rifiuta gli inviti. Passano i giorni, le settimane, M. scava in se stessa per trovare tutta la forza possibile, esce da quella casa, e cerca lavoro. Alla sua età non è facile trovarlo e, allora, lei se ne inventa uno, diventa la “signora degli orli”. Proprio così: tira fuori la sua vecchia e malandata macchina per cucire e comincia a fare gli orli ai vestiti e ai pantaloni. Trova un nuovo compagno: Chicco, un micio rosso dal quale non si separa mai. Ma i pochi euro che intasca col suo lavoro non bastano sempre e così (e qui, vedo i suoi occhi diventare lucidi di pianto) è costretta ad andare a mangiare alla Caritas. Ma questo non si dice, per carità, nessuno deve saperlo. Soprattutto, non bisogna farlo sapere ai suoi nove fratelli, sarebbe una vergogna imperdonabile. Adesso, anche lei è malata, è lì per una visita, ma è sicura che ce la farà. Ne ha superate tante, volete che non superi questa?
Esce l’infermiera e chiama: M. T. È lei. Mi saluta e sparisce in una stanza bianca d’ospedale. Forse non vedrò mai più M. ma, di certo, non scorderò la sua compostezza, il suo garbo e la dignità dei suoi occhi.

Immagine fotografica di Michela Elettra Salvatore

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