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Di Sonia Maioli   Giornata d’inverno con un bel sole, finalmente.
Ozio ancora per pochi minuti, la luce invernale nella stanza da dove scrivo è bellissima.
Vedo spicchi di cielo fra le fronde dei pini in questa piazza. Abbiamo giocato tutti in quello spazio, una volta era un campo con un acero che mia nonna chiamava Albero. Era l’ultimo residuo della coltivazione delle viti che aveva preceduto l’inurbamento. Chissà per quanti anni aveva sorretto una vite di Sangiovese, prima di diventare dimora della nostra altalena, una grossa corda, residuo del materiale da costruzione, legata al ramo più grosso, questo era.
Le gare a chi volava più in alto, le prove di resistenza della povera corda, ci siamo saliti anche in quattro, tanto i piedi erano piccoli e potevamo farlo.
Oggi ci sono le panchine, gli alberi messi a dimora ormai cinquantatre anni fa, pini e cedri del Libano.
Alcuni giorni fa sono stati tagliati i cedri, estirpate le radici, è rimasta la terra soffice coperta da una fine segatura.
Marco è uscito dicendo che camminare sul tappeto soffice era molto divertente, lo abbiamo fatto la prima volta che abbiamo attraversato la piazza insieme. Sensazione strana e bella, i piedi che affondano, ma non troppo, sentirsi leggeri e, insieme, protetti, i piedi avvolti da quello che mia madre avrebbe definito sudicio pensando a come avrebbe poi potuto pulire le nostre scarpe.
Stamani sulla panchina, appollaiato ovviamente sulla spalliera e con i piedi sulla seduta, c’è un ragazzo. Ci sono di fronte a lui due coetanee, una silenziosa testimone, l’altra un fiume di concitate parole rovesciate su di lui. Il tono racconta un probabile torto ricevuto dall’oratrice accaloratissima. Il ragazzo tace, incapace, probabilmente, di infilare una sola parola nel discorso dell’altra. Immagino i suoi pensieri vagare nei ricordi dell’argomento oggetto dell’univoco contendere.
Finalmente soddisfatta, si cheta e lascia poche parole a lui e all’amica.
Rifletto sull’inutilità di tutto questo, nessuno retrocederà dal proprio stato.
Questa è la vecchiaia?
Allora sono ancora giovane, non recedo mai dal tentativo di recuperare, riparare, riprendere situazioni ingarbugliate e difficili.
Solo quando la cosa non è importante, riesco a tacere, tanto che me ne frega?
Come spesso si legge: preoccupati solo quando non parlo e non litigo, vuol dire che sono altrove.

Illustrazione tratta da Google immagini

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