A che pro scrivere e, più che altro, a che pro rileggere

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Di Sonia Maioli Ho detto a un amico che mi chiedeva cosa stessi facendo: “Sono affogata nei ricordi”.

Sperando di ritrovare la scatola con le mie foto migliori, sono incappata in pezzi di vita.

Alcune delle foto incorniciate erano esposte su uno scaffale della mia casa, l’unica veramente mia, ricompaiono la mia canina, i miei capelli, una antica vacanza, molti quaderni e gli inutili “pensierini” che la gente fa per ricordare una ricorrenza.

Allora trovo una orrenda cornice argentata e riccioluta, vuota; un similombrellino in similargento che ospita, in appositi buchi, ben sei minuscole spade per infilzare similolive (tenne a spiegarmi chi aveva pensato di farmi questo similregalo); un porta-non-so-cosa di vetro blu, grande come una noce, con tappo contenente preziosa goccia del solito vetro, il suo interno metallico impedisce l’uso come porta pillole, non è igienico mettere farmaci in tal contenitore; riproduzione della porta di Brandeburgo in marmo e metallo, fedele e pesante riproduzione in micro scala; altre cianfrusaglie e molti quaderni.

Lo so, non avrei dovuto aprirli, ma cerco ancora alcune cose che vorrei tanto rileggere.

Non mi sorprende quello che leggo, sono considerazioni, racconti di emotività, di sentimenti, di amore.

Mi domando per quale degli amori abortiti, falliti e sicuramente finiti, siano state sprecate tante parole.

Mancano risposte dei o del destinatario, segno che non sono mai state recapitate al presunto interessato.

Considero l’immutabilità del punto di vista, della sofferenza, dei risentimenti che non cambiano negli anni, ben sei o sette. Forse non sono ancora cambiati.
Solo le fiabe, scritte per i figli di alcuni amici, restano gradevoli e sempre apprezzabili.

Minaccio di pubblicarle, sarò implacabile.

Il titolo mettetecelo voi, tra una palla di Natale e l’altra appese all’albero

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Poco fa, in diretta televisiva dall’aula di Palazzo Madama, Rai1 ha trasmesso il concerto di Natale del Coro delle Voci Bianche del Teatro dell’Opera di Roma, diretto da José Maria Sciutto.

Un appuntamento divenuto ormai tradizione, all’insegna del buonismo ipocrita e della carità pelosa, in occasione del quale una macchina mangiasoldi farà scivolare qualche spicciolo nelle casse della Basilica di Sant’Eustachio in Campo Marzio, impegnata nell’opera di assistenza ai più bisognosi.

Certo, a Natale, costoro non potranno pasteggiare a caviale e champagne, come i commessi del Senato, i veri beneficiari della generosità di lor signori, che aggiungeranno ai favolosi stipendi laute mance… anni fa, uno di loro, di una superbia paragonabile solo alla sua ignoranza, mi confidò che con le gratifiche natalizie poté comprarsi un’automobile nuova.

Ascoltando quelle voci angeliche e contemplando quelle facce fresche e pulite non ho potuto fare a meno di pensare a quanto fossero fuori posto in un luogo più adatto alla celebrazione di un sabba. I fanciulli prendevano posto sugli scranni destinati ai membri del governo, un contatto non protetto ad alto rischio che potrebbe pregiudicare la salute delle loro anime.

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

Licio Gelli, il conte di Ciampino

Camera ardente di Licio Gelli

Il titolo comitale concesso a Gelli da Umberto II di Savoia nel 1980, quando egli aveva perso tutte le pregative reali e si fregiava soltanto del titolo di conte di Sarre, non ha alcun valore giuridico. Altrettanto dicasi per il titolo di principe di Venezia conferito sempre da Umberto a suo nipote Emanuele Filiberto, il quale, pur senza averne il diritto, continua a fregiarsi anche di quello di Altezza Reale.

Oltre al titolo nobiliare fasullo il Gelli poteva vantare l’appartenenza a numerosi ordini cavallereschi italiani e stranieri. La commenda dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana gli fu revocata per indegnità, ma solo, incredibile dictu, nel 2013, mentre conservava sia il grado di Grand’ufficiale dell’ordine di San Silvestro Papa, sia quello di Commendatore con placca dell’ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme, conferiti dalla Santa Sede, per la quale, evidentemente, il Gelli era e va ancora considerato persona degnissima.

I conti di Ciampino

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Si racconta che Umberto II, imbarcandosi sull’aereo che da Ciampino lo avrebbe condotto in esilio a Cascais, abbia frettolosamente raccomandato al Segretario della Real Casa di far bene tutti i conti.

Qualcuno, tra il frastuono delle eliche, fraintese, credendo che egli intendesse conferire il titolo di conte a tutti i fedelissimi che lo avevano accompagnato all’aeroporto. Da qui l’appellativo di “Conti di Ciampino” scherzosamente affibbiato a coloro che di tale titolo, privo di qualunque valore legale, furono insigniti da Umberto dopo la sua abdicazione e la conseguente perdita delle prerogative reali.

Nell’immagine lo vediamo mentre, già a bordo dell’aereo, rivolge un ultimo saluto ai suoi seguaci con accanto un personaggio misterioso. Chi era costui? Ce lo rivela Giacomo Carioti in un suo prezioso “libriccino” di cui ho il privilegio di possedere una copia ricevuta in dono dall’autore.

http://www.distampa.it/news.asp?id=666

Federico Bernardini

Illustrazioni tratte da Google immagini

Meglio un morto in casa che un banchiere all’uscio

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Trovo molto irritanti alcuni commenti a proposito delle recenti vicende che hanno coinvolto alcuni istituti di credito e soprattutto migliaia di cittadini, che si sono visti defraudati dei risparmi di una vita.

Commenti di esperti di economia, o sedicenti tali, che, anziché condannare l’allegra finanza, se la prendono con le sue vittime e cioè quegli ignorantoni che non sanno distinguere fra un’azione e un’obbligazione e, pur avendo investito in bond subordinati (obbligazioni a rischio), non hanno la più pallida idea di cosa siano.

Gente che si è semplicemente fidata della sua banca, incorrendo nel più imperdonabile degli errori, perché una delle poche cose certe al mondo è che delle banche non ci si può e non ci si deve fidare, in quanto esse non offrono un servizio ai comuni cittadini, ma fanno favori agli amici e agli amici degli amici e, soprattutto, con modalità non sempre trasparenti, tutelano gli interessi dei loro azionisti.

Cari esperti di economia, o sedicenti tali, sarebbe come se, commentando i fatti di Abu Ghraib, voi non ve la prendeste coi torturatori, ma con le loro vittime, dileggiandole per la loro scarsa conoscenza del regolamento carcerario o, meglio, dei metodi illegali usati dai carcerieri con la latitanza o la connivenza degli organismi di controllo.

E vi contraddite pure, cari esperti di economia, o sedicenti tali, perché a volte, dopo aver tacciato di ignoranza questi incauti investitori, coi loro magri interessi del 3%, arrivate addirittura a insinuare che ci troviamo al cospetto di famelici e spregiudicati speculatori, di quelli che lucrano interessi a due cifre e, Dio c’è, a volte capitano nelle mani del Madoff di turno.

Non è con loro che dobbiamo prendercela, ma con un sistema finanziario disonesto, a volte criminale, che prospera ai danni dei più con la connivenza di un sistema politico sempre più prono ai suoi ordini e spesso colluso.

“I politicanti sono i camerieri dei banchieri” diceva Ezra Pound, ed io sto sempre dalla parte dei poeti, cari esperti di economia, o sedicenti tali, con le vostre prestigiose lauree di Harvard o di Cassino.

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

“Questa potrebbe essere l’ultima volta che mammina fa l’albero di Natale”

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“Questa potrebbe essere l’ultima volta che mammina fa l’albero di Natale”, così mi disse mia madre un giorno di tanti anni fa, mentre addobbava l’abete; credeva di avere un male incurabile.

Non fu un bel Natale e credo che quell’espressione sia stata molto infelice; non l’ho mai dimenticata e ancor oggi, ripensandoci, mi si stringe il cuore. E quante volte gliel’ho rinfacciata, per gioco, un gioco crudele che mi sarei potuto e dovuto risparmiare e la faceva montare in bestia, come se io, fra tante parole magnifiche e tanti gesti amorevoli, ricordassi solo quelle parole infelici.

Scusami, mammina, da quando ho smesso di chiamarti così, non ti ho mai chiamata mamma, non so perché, forse per una incomprensibile, malata forma di pudore. Anche se quelle parole mi fanno ancora male non ho alcun risentimento; non ti rimprovero quel momento di debolezza perché tu hai speso una vita intera per insegnarmi, non solo con le parole ma soprattutto con l’esempio, cosa siano la forza, la volontà e la dignità, cosa sia l’abnegazione, che ho imparato a praticare fin troppo bene, pagandone a mia volta le spese.

Da tanti anni, ormai, non addobbi più l’abete e quest’anno, anche se lo volessi, non potresti farlo, perché ormai le tue vecchie gambe non reggono più e le tue mani tremano come le foglie d’autunno, che un soffio di vento improvviso potrebbe rapire.

Questa potrebbe essere veramente l’ultima volta, mammina, perché se anche il mio cuore lo rifiuta con dolore indicibile la tua vita si sta spegnendo, come la luce dei tuoi occhi, che ormai vedono solo ombre, quelle di un mondo infame e quelle del tempo perduto, che ormai si confonde con quello presente, in un altrove verso il quale i tuoi passi, sempre più lenti e sempre più stanchi, ti conducono.

Il tuo dolore e la tua disperazione di fronte alla morte, che si annuncia con voce sempre più prepotente, sono anche i miei, perché il cordone ombelicale che ci ha uniti per quei nove mesi fu tagliato solo fisicamente e quando tu morrai sarà come se morissi anch’io.

Quel giorno ci abbandonerà un’anima grande, non lo dico solo con amore di figlio, ma con la consapevolezza di tutti coloro che ti conoscono, che hanno udito la tua voce o hanno letto le tue parole. Mi ribello, come di fronte a una suprema ingiustizia, alla ineluttabile certezza che un giorno, temo non lontano, la tua bella testa, piena di storie da raccontare, di libri letti… più di quanti io potrei leggerne in una lunghissima vita, sarà ridotta a cosa inerte.

Poco fa, quando sono entrato nella tua camera per portarti una pillola e ti ho vista sederti a fatica sul letto con una smorfia di dolore, avrei voluto accarezzarti i capelli, bianchi come la neve purissima appena scesa, chiamandoti mamma, ma ancora una volta non ho saputo farlo.

Fra poco è Natale e ancora una volta, anche se non addobberai l’abete, io spero di averti comunque vicina, forse per quella forma suprema di egoismo che a volte si ammanta d’amore. Ancora una volta ti dirò buon Natale, ma accarezzando i tuoi capelli bianchi come la neve purissima appena scesa.

“Buon Natale, Mamma!”

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.”

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“Se un poeta declama il bello della natura non deve buttare a terra nemmeno una cicca, se loda l’amore e l’amata come persona unica della sua vita poi non deve tradirla…” (V. G.)

Caro V, le tue parole, permettimi l’ardire con cui le interpreto, non conoscendoti, evocano una sensibilità che definirei di tipo orientale, una visione estetica “totale” che non corrisponde, o almeno non sempre, alla nostra. Anche in Kant, che nella sua contemplazione del Sublime individua il mezzo per riconoscere la nostra superiorità “morale”, troviamo una netta distinzione fra il “bello” e il “buono”. Una distinzione molto più sfumata, se non addirittura assente, troviamo invece in questo Haiku… per tornare al riferimento iniziale:

Sulla mia strada
Un petalo di rosa
Non lo calpesto

Niente di più lontano dalla poetica del nostro Carmelo Bene, ad esempio, che affermava: “Io distruggo perché amo”.

E niente di più sbagliato che giudicare un poeta, o un artista in genere, in base alla corrispondenza fra la sua poetica e la sua prassi. L’arte vive di vita propria e le considerazioni sulla vita della persona che la produce possono al massimo servirci come uno dei tanti strumenti interpretativi della sua genesi.

Un’accusa di “incoerenza” o di “ipocrisia” ci porterebbe a demolire quasi tutti i “monumenti letterari”. Ne cito un paio, a titolo esemplificativo.

Tutti ricordiamo uno dei passi più alti e toccanti dei Promessi Sposi manzoniani, “La madre di Cecilia”, sublime esaltazione dell’amore di un genitore per la sua prole. Parole scritte da un uomo che fu pessimo padre, egoista e assente al punto di arrecare grande dolore ai suoi figli, come nel caso della sventurata Matilde, alle cui accorate lettere di supplica mai rispose e alla cui morte, avvenuta all’età di ventisei anni, rimase del tutto indifferente, non scomodandosi neanche ad andare al suo funerale.

Ancor peggiore, se possibile, fu un altro “grande”, universalmente esaltato come cantore dei buoni sentimenti: Edmondo De Amicis, il cui cuore traboccava d’amore, evidentemente, solo nei suoi scritti, dando prova di estrema aridità nella vita.

La sua condotta sessuale, pur essendo ammogliato, era disordinata e promiscua, cosa non rara nell’ipocrita Italia umbertina, e avendo contratto la sifilide, male allora difficilmente curabile, continuò senza scrupolo alcuno ad avere rapporti con la moglie, contagiandola. Altrettanto disprezzo dimostrò nei confronti del figlio Furio, del quale stroncò il talento letterario, contribuendo alla sua scelta di togliersi la vita.

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.” Potrebbe essere il lapidario commento di Fabrizio De André.

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

I centenari letterari in pillole… accadde nel 1915 (9)

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Di Ruggero Morghen Il maggio del 1915 si apre con le radiose giornate di Genova. L’inaugurazione a Quarto del monumento che ricorda l’avventura dei Mille è occasione per uno dei più noti discorsi di Gabriele d’Annunzio, addirittura fiammeggiante nel suo interventismo. “Evidentemente – commenta Angelo Guerraggio – la politica-spettacolo non è invenzione di oggi”.
Dopo il discorso, Gioacchino Nicoletti va a salutare il poeta e questi, vedendolo magrissimo, gli dà un pizzico sul costato dicendogli: “Troppo magro, inadatto per la pugna!”. Pochi mesi dopo, tuttavia, Nicoletti partirà volontario per il fronte e farà tutta la guerra come sottotenente, ottenendo due ferite e tre decorazioni. Il matematico Vito Volterra, presente all’evento di Quarto, racconterà alla moglie che la manifestazione “era andata molto bene” ed “era stata bellissima”.
A cura di Natali esce nel ‘15 – proprio a Genova – La rete di Vulcano, considerato il capolavoro di Domenico Luigi Batacchi (1748-1802), poema eroicomico in cui, intorno alla trama principale (costituita dalla nota favola mitologica) s’intrecciano svariati filoni narrativi e satirici, nati dalla feconda vena dello scrittore pisano. A Firenze, per la curatela del Saviotti, si pubblicano le Prose e poesie scelte di Giovanni Berchet (1783-1851), personalità di spicco nel gruppo dei romantici milanesi. Nello stesso anno, a Livorno, esce del Santoro Vita e opere di Giovanni Berchet. A Venezia, sempre nel 1915, ecco Intorno al testo del ‘Giorno’, un saggio di Egidio Bellorini (Milano, 1865-1946), letterato e studioso di folklore notevole per gli studi sulla letteratura ovidiana e gli autori romantici italiani. A cura del Paolazzi esce quindi a Genova Le Rime e la Catrina di Francesco Berni (1497-1535). La Catrina è una farsa rusticana in dialetto il cui pregio sta nella saporosa e grassa vivacità della lingua, agile e sciolta, dal Berni acutamente manovrata.
Luigi Barzini (1874-1947) ha lasciato numerosi libri di viaggi, di impressioni, di vicende di guerra, caratterizzati da una prosa colorita e vivace. Del 1915 sono le sue Scene della Grande Guerra 1914-1915 e Al fronte (maggio-ottobre 1915), entrambi editi a Milano. Nel capoluogo lombardo si stampano anche Le nozze dei Centauri del giornalista pratese Sem Benelli (1877-1949), autore drammatico e poeta. Come scrittore di teatro aveva esordito già nel 1902 col dramma Lasalle, cui tennero dietro La terra (1903) e La vita gaia, dello stesso anno. Ne Le valli dei Cavalieri, edito a Parma, si parla invece dello studioso di tradizioni popolari Atanasio Basetti (1798-1888), primo italiano a dare alle stampe una scelta di canti popolari italiani, raccolti sull’Appennino parmense.
Martinazzoli, nel frattempo, propone uno studio su La lirica di Giovanni Bertacchi, con riferimento al critico e poeta valtellinese – appunto Giovanni Bertacchi – la cui notorietà è soprattutto affidata alla produzione poetica. Il libro più importante di Ugo Bernasconi (Buenos Aires, 1874-1956), Uomini e altri animali, scritto nel 1902, viene però pubblicato proprio nel 1915, a Milano. Il volume, notevole per la capacità di raffigurare plasticamente oggetti e figure, appare ispirato a un amaro pessimismo sulla natura umana.
Questo ed altro accadde nel 1915, giusto cent’anni fa.

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Facebook, croce… e delizia?

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“Me ne andavo al mattino a spigolare,
quando vidi…”

Poi dice che uno si butta a sinistra… Che fare, dopo essersi fatto venire il sangue amaro al centro, buttarsi a destra? Mai e poi mai, lì c’è solo pubblicità, come dire il demonio, vade retro!

La politica non c’entra, sto parlando del mio caro diario che come tutti i diari, come voi ben sapete, è diviso in tre fasce verticali.

Al centro, nella fascia più larga, ci sono i post, sia i miei sia quelli degli amici, perché il mio diario è aperto a tutti e tutti possono scriverci. Detesto (scusate se sono così politicamente scorretto) quelli che hanno il diario chiuso, quelli che non si fidano di nessuno e ancor di più detesto quelli che lo tengono aperto solo agli amici di serie A, escludendo quelli di serie B.

Anch’io ho amici di questa sorta, non chiedetemi perché me li tenga, non essendo riuscito a capirlo neanch’io, e li detesto ancor più fortemente nel giorno del loro compleanno, quando, dopo aver letto sui loro diari gli auguri dei loro amici di serie A mi accorgo di non poter porgere loro i miei, essendo un amico di serie B. Lo stalliere del mio bisnonno li avrebbe mandati a cagare ma purtroppo, essendosi la mia famiglia impoverita, io non ho più alcun servitore che possa soccorrermi in tale bisogna ed essendo un signore non posso far altro che masticare amaro, pensando non vi dico cosa.

Un’altra categoria di utenti che detesto è quella cui appartengono coloro che pubblicano la ricetta del gatto alla vicentina sul diario dei vegani o le litanie lauretane su quello degli atei materialisti dialettici. Peccano costoro di stupidità o cos’altro? Menomale che io non ho amici di tal sorta, e neanche di quelli che quando pubblico il necrologio del mio criceto commentano con una barzelletta da caserma… quanto sono fortunato!

Ma capita, purtroppo, che ogni tanto qualcuno faccia la cacca fuori del vasino e allora, dopo un’accurata pulizia, abbandono stizzito la fascia centrale e mi metto a spigolare, come ho fatto stamattina, sul campo a sinistra, quello in cui si coltivano le mie preferenze.

Orrore! Scopro che mi piace tutto e il contrario di tutto, avendo concesso il mio like sia al Ku Klux Clan sia al movimento Black Power, sia al Centro Culturale Lepanto sia al Circolo Müezzinzade Alì Pascià. Chiunque venisse a farmi le pulci non potrebbe che considerarmi un mentecatto e anch’io comincio ad avere seri dubbi sul mio stato di salute mentale.

Le cose non migliorano quando vado a scorrere la lista degli amici. Ce n’è per tutti i gusti, dai membri della guardia d’onore del Mausoleo di Stalin ai veterani della Repubblica Sociale Italiana, dai legionari di Cristo ai satanisti crowleyani, dagli iscritti al circolo “Dagli al frocio” agli organizzatori del Gay Pride. Immaginate che fatica destreggiarsi fra costoro senza scontentare nessuno e senza cadere in stato confusionale.

La situazione è grave, ma non è seria. Che fare? mi chiedo. Forse Silla potrebbe darmi dei buoni consigli… o Mario… o ad HAL 9000: “Giro girotondo, io giro intorno al mondo. Le stelle d’argento costan cinquecento. Centocinquanta e la Luna canta, il Sole rimira la Terra che gira, giro giro tondo come il mappamondo…”.

Federico Bernardini

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I mecenati e gli assassini della bellezza, antichi e nuovi tiranni

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Jean-Baptiste Lully (Firenze, 28 novembre 1632 – Parigi, 22 marzo 1687)

Un’epoca, la sua, caratterizzata da grandi sperequazioni sociali e nella quale l’espressione “Diritti umani” sarebbe stata compresa da pochi, essendo i diritti direttamente proporzionali alla condizione sociale e al potere politico ed economico di ciascuno.

La maggioranza della popolazione viveva in condizioni di estrema povertà e di soggezione nei confronti delle classi privilegiate, soprattutto l’alta nobiltà e l’alto clero, essendo i ranghi inferiori del primo e del secondo stato relegati in un ruolo marginale, al punto che, riferendosi delle centinaia di migliaia di cadetti esclusi dal maiorasco che all’epoca vivevano nel Regno di Francia, qualcuno ha usato l’espressione “Proletariato nobiliare”. Molti di loro, gli eredi dei tanti D’Artagnan e Cyrano de Bergerac senz’arte né parte, che potevano puntare solo sulla carriera delle armi e su quella ecclesiastica per sbarcare il lunario e solo in qualche caso fare fortuna, parteciparono con convinzione ed entusiasmo alla Rivoluzione.

Assai vaga, poi, era la certezza del diritto, non di rado anche per gli esponenti delle classi privilegiate. Durante “L’Ancien Règime”, dalla fine del medioevo alla Rivoluzione, continuò formalmente ad essere applicato il diritto comune, ma l’influenza e l’arbitrio regio finirono per diventare essi stessi regola, rendendolo vano nella sostanza.

Il rapporto tra diritto penale e sistema politico si configura come un rapporto tra un’autorità assoluta, quella del re, che può applicare o non applicare o addirittura stravolgere le regole a suo piacimento, e una legge che rimane sulla carta e spesso non offre alcuna certezza e alcuna garanzia ai sudditi, che si trovano in balia del capriccio del sovrano.

Così il re di Francia poteva, senza alcuna giustificazione e alcun processo, determinare la sorte di un uomo con una semplice “Lettre de cachet”, oppure organizzare processi farsa per condannare al patibolo chiunque lo ostacolasse o distribuire esenzioni fiscali e privilegi a soggetti o comunità che gli avessero dimostrato tangibili segni di fedeltà.

Controllava tutto, non come i sovrani medievali, che si affidavano a vassalli che spesso finivano per usurpare i suoi poteri, ma per mezzo di un’efficiente e affidabile classe di magistrati, burocrati e amministratori, che dipendeva direttamente da lui e i cui componenti poteva liberamente destituire o trasferire senza doverne render conto ad alcuno.

In un tale sistema politico, dunque, pur vigendo formalmente le regole del diritto comune, affermatosi in età medievale sul modello di quello romano, assistiamo, in sostanza, a una assoluta incertezza del diritto, che finisce esso stesso per ridursi a un mero strumento di potere.

Un mondo che l’utopia rivoluzionaria, subito tradita dalla prassi, avrebbe dovuto cancellare, per sostituirlo col nuovo, ispirato ai principi della Libertà, dell’Eguaglianza e della Fraternità. Vuote parole, allora come oggi, proclamate da ogni pulpito e immediatamente calpestate.

Continuiamo a vivere in un mondo ingiusto, fatto di pochi ricchi sempre più ricchi, che si possono permettere tutto, il lecito e l’illecito, e molti poveri, sempre più poveri e sempre più numerosi, che si possono permettere sempre meno, a volte quasi nulla.

Si profila, sempre più minaccioso e non solo nella visione dei complottisti spesso farneticanti, un Nuovo Ordine Mondiale nel quale una ristretta cerchia di eletti dominerà un’umanità fatta di schiavi, non più di una monarchia nazionale assoluta, ma di un’entità planetaria senza nome e senza volto.

E questi nuovi tiranni, al contrario di quelli antichi, ci priveranno, anzi ci stanno già privando, anche della bellezza. Gli imperatori, i re, i papi e i principi erano almeno grandi mecenati e grazie a loro musicisti, pittori, architetti e poeti hanno potuto arricchire l’umanità coi tesori di bellezza prodotti dal loro genio, mentre i nuovi tiranni favoriscono e propagano l’estetica dell’orrido per abbrutire i loro sudditi.

Oggi è l’anniversario di Lully, che quel mondo iniquo glorificò con la sua musica. Altri, ai nostri giorni, si fanno interpreti dello spirito di un mondo altrettanto iniquo con le loro cacofonie e ascoltando Lully non possiamo che rimpiangere l’Ancien Règime, magari sognando di ascoltare la sua musica a Versailles, contemplando la maestà del Re Sole.

Federico Bernardini

Il Cattolicesimo è una questione d’élite?

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Vi sono ancor oggi dei Cattolici, non pochi, il cui sentimento religioso, primitivo, rozzo e violento, è assimilabile a quello dei Franchi del secolo VI, fortemente legati alla tradizione pagana e solo sommariamente evangelizzati.

Un Cattolicesimo incrostato di superstizione, come ben sapeva Gregorio di Tours, il grande evangelizzatore dei Franchi, che nei suoi sermoni era solito ricorrere a simboli propri del paganesimo per rendere il messaggio cristiano comprensibile a un popolo antropologicamente e culturalmente incapace di cogliere i più profondi valori spirituali della nuova religione. Un popolo legato a una visione antropomorfica e politeista della divinità, popolata di entità benigne e maligne che si contrappongono con lo spirito guerriero proprio dei barbari.

Entità che nella nuova religione si trasformano in schiere di angeli e demoni che si contendono l’anima dell’uomo in ogni momento della sua vita e soprattutto in quello del trapasso. Una vera battaglia, immagine forte e familiare al barbaro semicivilizzato e a malapena convertito, come appare in una preghiera del VI secolo che si recitava al capezzale dei morenti, intorno ai quali l’esercito del bene e quello del male si combattevano per conquistarne le anime. In tale contesto gli oranti partecipavano attivamente alla contesa, assumendo il ruolo di truppe ausiliarie dell’esercito del bene.

Ed ancor oggi molti Cattolici, incapaci di concepire il carattere metafisico del bene e del male, non possono fare a meno di ridurlo a una dimensione più concreta e più facilmente riconducibile ad una mentalità rimasta, per certi versi, primitiva, rozza e violenta.

Una mentalità tipica della religiosità popolare, che si nutre di immagini concrete: angeli, demoni, apparizioni e miracoli. Una mentalità che facilmente sfocia nella superstizione o, altrettanto facilmente, degenera in visioni New Age, popolate di angeli simili a Campanellino e demoni che evocano le fantasie disneyane di “Una notte sul Monte Calvo”.

Una religiosità superficiale, immatura, infantile, fomentata da santoni come Padre Pio, il Gregorio di Tours del XX secolo, capace di attirare masse di fedeli con la concretezza delle sue stimmate, dei suoi prodigi e delle sue strenue battaglie contro schiere di demoni che mordono e menano botte da orbi.

Bene lo definì un Cattolico pensante come Agostino Gemelli, che poi ritrattò, non sapremo mai se per obbedienza o intima convinzione: “Uno psicopatico ignorante e che indulgeva in automutilazione e si procurava artificialmente le stigmate allo scopo di sfruttare la credulità della gente”.

Gente molesta, in genere, che ha le adamantine certezze della beghina e ti guarda dall’alto in basso con la spocchia e l’intolleranza tipica degli ignoranti. Altra cosa è la vera Fede, fondata anche sull’intelligenza, sullo studio e sul dubbio, che difficilmente si manifesta in modo irrispettoso, arrogante e aggressivo.

“Il Cattolicesimo è una questione d’élite” mi disse Cornelio Fabro quando avevo vent’anni. Un’affermazione scandalosa, pensai allora, ma più di quarant’anni di esperienza mi portano oggi a ricredermi.

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Federico Bernardini

Illustrazioni:

1 – Gregorio di Tours

2 – Cornelio Fabro