Con grande emozione, facendo una ricerca in rete sulla città di Anagni, mi sono imbattuto in questo prezioso documentario di Giuseppe Sala, girato nel 1958 per il programma “Un Campanile alla Volta” e trasmesso dalla Rai l’anno successivo.

Anagni, “La Città dei Papi”, famosa nel mondo, ricca di insigni monumenti e preziose opere d’arte, che nella prima metà del Trecento contava ben cinquantamila abitanti, contro gli appena ventimila di Roma, abbandonata dal Pontefice che si era trasferito in quella che fu già la città santa degli Ernici.

Una città che conosco molto bene e che amo, non solo per le sue vestigia venerabili, ma per avervi trascorso quelli che furono gli anni forse più belli della mia vita, il 1967 e il 1968, quelli della terza media e della quarta ginnasiale, ma soprattutto quelli del primo amore.

Una città ancor oggi quasi intatta nell’impianto urbanistico medievale del suo centro storico, ma che dal 1958 al 1968 vide profondi cambiamenti economici e sociali, nell’ambito del selvaggio sviluppo industriale della Valle del Sacco, tra i cui principali promotori vi fu l’onorevole Giulio Andreotti. Uno sviluppo industriale che procurò un diffuso benessere, trasformando molti braccianti agricoli, che conducevano vita miserabile, in operai, con uno stipendio sicuro e la conseguente possibilità di godere di quei beni di consumo sui quali prima si era potuto soltanto favoleggiare. Il tutto nel più totale dispregio della tutela ambientale, con la connivenza degli imprenditori, dei sindacati, degli amministratori locali e della classe politica di governo. Le conseguenze di quello scempio sono tuttora agli onori della cronaca.

Quella che ci mostra il documentario è l’immagine di una cittadina superba nella sua antica bellezza, ma dal carattere e dai ritmi ancora paesani, largamente votata all’agricoltura, al piccolo artigianato e al piccolo commercio, che appena comincia a godere i frutti di quell’industrializzazione che l’avrebbe in seguito stravolta. I volti e le voci degli operai sono ancora volti e voci di contadini che, pur contenti della loro promozione sociale, continuano ad appartenere alla loro cultura ancestrale.

I maggiorenti, che vediamo riuniti in una seduta della giunta comunale, sembrano anch’essi emergere da un tempo remoto. Piccola borghesia professionale, commercianti, possidenti che hanno una fisionomia, espressioni e modi che evocano il cinema neorealista a cavallo fra gli anni Quaranta e Cinquanta.

Fra di essi riconosco il professor Giovanni Vinciguerra, che fu sindaco della città e preside ai tempi in cui frequentavo le medie. Anch’egli di origine contadina, come testimoniava sua madre, che ricordo piantata come una vecchia cariatide nell’antica e fumosa cucina di un appartamento di quattordici stanze dai soffitti affrescati, al piano nobile di un palazzo del centro storico.

Ma la figura a me più cara è quella di don Aurelio Prosperi, che appare nella prima parte del filmato a illustrare i tesori della cattedrale di cui era parroco. Fu, in terza media, il mio insegnante di religione e molto spesso, avendo un suo nipote come compagno di classe, mi recavo a fare i compiti al vescovado, dove egli risiedeva. C’erano sempre deliziosi dolcetti, in quella casa, e liquorini non così ben custoditi da impedire a me e al mio compagno di gustarne qualche bicchierino… ricordo una Tintura Imperiale prodotta da non so quali monaci che attizzava il fuoco nelle nostre vene di adolescenti. Ma soprattutto c’erano tanti libri, ordinati in antichi scaffali e accatastati sui pavimenti dello studio e di altre stanze. Una biblioteca di prim’ordine, che avevo la facoltà di consultare e dalla quale mi accorsi con sorpresa che mancavano gli autori russi. Ebbi l’ardire di chiederne la ragione a don Aurelio, ed egli mi rispose seccamente: “La Russia è il demonio, non c’è posto nella mia biblioteca per i suoi autori”.

Vedo e rivedo le immagini, travolto dai ricordi, dolcissimi. Il bell’appartamento con le volte a crociera nell’antico palazzo di via Vittorio Emanuele, attiguo alla chiesa sconsacrata di sant’Agostino, e poi Palazzo Barnekow, nel quale, malgrado il suo aspetto cupo, trascorsero le ore più dolci e più pure della mia vita. Ma soprattutto un nome – sono più fortunato di Adso da Melk – che ancora visita i miei sogni di quasi vegliardo.

Federico Bernardini

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