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Io amo i poeti, anche quelli piccoli, anche quelli piccolissimi. Amo persino coloro che credono di essere poeti e credono di scrivere poesie. Amo coloro che coltivano sogni che nessuno ha il diritto di infrangere.

Io odio quelli che fanno di questi sogni un affare e chiedono soldi a chi vuol vedere quei sogni volare.

I poeti devono essere pagati, non devono pagare, perché ci offrono una delle cose più preziose… forse la più preziosa di tutte.

Ai tanti che credono di esserlo io non dico che sono imbecilli, anzi provo per loro un tenero affetto e vorrei che la loro ingenuità e la loro smania di comunicare quello che hanno nell’anima non li rendesse preda di abbietti speculatori.

Non c’è niente di illegale, nella maggior parte dei casi, ma sempre qualcosa di profondamente immorale che sporca la cosa più pura.

Devo anche aggiungere, ho fatto una bella esperienza in materia, che molte delle “vittime” lo sono in modo consapevole e partecipano al gioco per puro esibizionismo, per vanagloria, per fregiarsi di titoli che loro non spettano.

E a questi falsi e falsari non va né il mio amore né il mio tenero affetto.

Non voglio che anche la poesia venga presa e triturata in quella macchina infernale che omologa e banalizza ogni cosa. No, la poesia no, deve restarne fuori per non morire.

Quando poi parliamo dei “grandi” poeti e dei “grandi” premi, in mano alle più agguerrite cricche politico editoriali la cosa non è più edificante.

Federico Bernardini

Illustrazione: “IL Poeta povero” ( Karl Spitzweg, 1839 )

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