“Fu vera gloria?” Non voglio riferirmi al Corso, in questo caso, ma alla gloria letteraria di certi autori celebrati, viventi e no, finiti nel dimenticatoio.
A volte viene la tentazione di affermare che il tempo è galantuomo, come nel caso di Maksim Gor’kij… c’è qualcuno che ancora lo legge? In altri, com’è avvenuto per il nostro Ugo Betti, vero gigante della drammaturgia del Novecento, c’è invece da rammaricarsi, e molto, del fatto che i suoi drammi siano ormai assenti dalle scene da decenni.
La fama di un autore si spegne per la sua mancanza di consistenza, ma spesso anche a causa del mutamento del clima culturale, sociale e politico e delle camarille intellettuali ed editoriali che sempre dettano legge e condizionano i gusti e le scelte del grosso pubblico.
Prendiamo, come esempio della prima ipotesi, il caso di Gavino Ledda, autore del fortunatissimo “Padre padrone”, la cui fama si è ormai spenta, dopo aver brevemente brillato come una stella di prima grandezza nel firmamento letterario italiano.
Piuttosto un caso umano e letterario che un grande romanzo. Un’opera di indubbio interesse sociologico che però, in perfetta sintonia con un certo clima culturale dell’epoca, analizza la società isolana da un punto di vista che può risultare addirittura ambiguo.
Non a caso vinse il premio Viareggio, il cui padre padrone, Leonida Repaci, imponeva le sue scelte, fortemente determinate dall’appartenenza a una precisa area politico-culturale.
Molti anni fa, un mio caro amico, che al Viareggio fu finalista, mi disse sconsolato: “Se non sei di una certa parrocchia è impossibile vincere il Viareggio”.
Quella “cultura” contrapposta alla tradizione ancestrale alla quale si ribella, considerandola oppressiva, per Gavino Ledda diventa una potente arma di promozione sociale e di autoaffermazione. Un’arma che gli consente di entrare nella cultura “alta” in una posizione di potere e, paradossalmente, finisce, in un certo senso, per renderlo simile al padre.
Un libro che ci dà una visione quantomeno parziale di una cultura millenaria che ha la sua nobiltà e i suoi punti di forza; non un affresco dunque, che ce la rappresenti nella sua completezza e nella sua vastità, ma una semplice “inquadratura” che, a mio parere, non rende giustizia soprattutto alla figura femminile, che nella tradizione sarda ha un ruolo di grande rilievo.
Quando penso all’affresco, mi vengono in mente le pagine de “Il Giorno del Giudizio” di Salvatore Satta”… altra visione poetica, altro spessore artistico e culturale.
In quanto al film dei Taviani, tratto dal libro e che inopinatamente vinse a Cannes, lo reputo uno dei meno riusciti della grande coppia di cineasti. Sfiora a volte, nonostante l’atmosfera cupa, il macchiettistico e il ridicolo e molti Sardi si sono offesi.
Ricordo però una battuta di grande attualità che mi ha fatto molto ridere: “Doctor sum sed sine occupatione” rivolta al protagonista da un giovane Nanni Moretti che nel film è, mi pare di ricordare, un tenente che gli dà lezioni di latino durante il servizio militare.

Federico Bernardini

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