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Che Dio lo abbia in gloria, era un brav’uomo. Andrea Dipré, lo Sgarbi dei poveracci, ne fece uno zimbello, presentando le sue opere da pittore della domenica come capolavori, il tutto, ovviamente, dietro lauto compenso.

Un caso limite, ma anche in altri contesti, più “alti”, non mancano i critici e i galleristi che creano dal nulla “Maestri” da imporre a suon di baiocchi a una vasta platea di acquirenti onnivori, esibizionisti e ignoranti.

E’ il dramma dell’arte contemporanea, espressione di una civiltà in declino, che ha perduto i suoi valori, compresi quelli estetici, ed è immersa nella produzione e nella contemplazione del “brutto”, del corrotto in cui si rispecchia, come scrissi recensendo un libro di Francesco Bonami:

“Oggi prevale l’estetica del brutto, del difforme, della disarmonia, della dissonanza come valore assoluto, anzi come disvalore, che rispecchia la decadenza della civiltà occidentale, la perdita di significato teorizzata dal nichilismo e dal pensiero debole che hanno infestato la pianta millenaria di un pensiero filosofico fondato su valori forti.

E’ l’estetica di una cultura e di una civiltà senza speranza, che anziché ai valori, si ispira al disvalore, che contempla il suo male, la sua corruzione, la sua bruttezza e la riproduce sulla tela, come sul pentagramma, per denunciare, anzi per farci bere sino in fondo l’amaro calice del nostro disfacimento”.

In tale contesto è difficile, per i non addetti ai lavori, separare il grano dal loglio e, insieme ad autori che conducono una seria e valida ricerca, nel supermercato dell’arte trovano largo spazio i profittatori e i mistificatori, sostenuti dai critici e dai galleristi succitati.

Il tutto, naturalmente, ad uso e consumo di una ristretta cerchia, perché alla maggior parte della gente dell’arte non importa un fico secco. Parlando di arte contemporanea, come dice Francesco Bonami, si sente spesso affermare: “Lo potevo fare anch’io”, e al massimo ci si compiace nella contemplazione della conformistica, vacua e consolatoria riproduzione e imitazione dell’arte classica.

Una vera istigazione a delinquere… per chi ne abbia la tendenza, un’occasione d’oro per riversare sul mercato dell’arte, un immondo pattume di sgorbi o di oleografie da mobiliere… “Potacci e sbrodeghezzi”, insomma, come diceva il padre di Natalia Ginzburg.

E nella liturgia dello smercio di potacci e sbrodeghezzi Andrea Dipré si impone con l’autorità del pontefice massimo. Un uomo la cui filosofia di vita si riassume nelle parole: sesso, soldi e cocaina… non proprio un Cesare Brandi o un Lionello Venturi.

E’ così che la “Natura morta con gamberetti” del povero Paniccia, viene proposta alla modica cifra di 95.000 Euro… fatevi avanti e non spingete, mi raccomando, è dai tempi di Teomondo Scrofalo che non capitava un’occasione così ghiotta.

Per concludere con una nota di colore, vorrei annunciare che il matrimonio previsto per il 10 di giugno fra il pontefice massimo e Sara Tommasi, che dichiara di essere stata sfruttata e plagiata dal suddetto, è andato a monte. Peccato, sarebbe stata una gran bella coppia… mi associo al dolore delle comitive di truzzi che avevano già organizzato, per l’occasione, una trasferta a Montecarlo, dove le nozze avrebbero dovuto aver luogo con rito dipreiano.

O tempora, o mores!

Federico Bernardini

Immagine: “Natura morta con gamberetti” di Osvaldo Paniccia

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