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“Se un poeta declama il bello della natura non deve buttare a terra nemmeno una cicca, se loda l’amore e l’amata come persona unica della sua vita poi non deve tradirla…” (V. G.)

Caro V, le tue parole, permettimi l’ardire con cui le interpreto, non conoscendoti, evocano una sensibilità che definirei di tipo orientale, una visione estetica “totale” che non corrisponde, o almeno non sempre, alla nostra. Anche in Kant, che nella sua contemplazione del Sublime individua il mezzo per riconoscere la nostra superiorità “morale”, troviamo una netta distinzione fra il “bello” e il “buono”. Una distinzione molto più sfumata, se non addirittura assente, troviamo invece in questo Haiku… per tornare al riferimento iniziale:

Sulla mia strada
Un petalo di rosa
Non lo calpesto

Niente di più lontano dalla poetica del nostro Carmelo Bene, ad esempio, che affermava: “Io distruggo perché amo”.

E niente di più sbagliato che giudicare un poeta, o un artista in genere, in base alla corrispondenza fra la sua poetica e la sua prassi. L’arte vive di vita propria e le considerazioni sulla vita della persona che la produce possono al massimo servirci come uno dei tanti strumenti interpretativi della sua genesi.

Un’accusa di “incoerenza” o di “ipocrisia” ci porterebbe a demolire quasi tutti i “monumenti letterari”. Ne cito un paio, a titolo esemplificativo.

Tutti ricordiamo uno dei passi più alti e toccanti dei Promessi Sposi manzoniani, “La madre di Cecilia”, sublime esaltazione dell’amore di un genitore per la sua prole. Parole scritte da un uomo che fu pessimo padre, egoista e assente al punto di arrecare grande dolore ai suoi figli, come nel caso della sventurata Matilde, alle cui accorate lettere di supplica mai rispose e alla cui morte, avvenuta all’età di ventisei anni, rimase del tutto indifferente, non scomodandosi neanche ad andare al suo funerale.

Ancor peggiore, se possibile, fu un altro “grande”, universalmente esaltato come cantore dei buoni sentimenti: Edmondo De Amicis, il cui cuore traboccava d’amore, evidentemente, solo nei suoi scritti, dando prova di estrema aridità nella vita.

La sua condotta sessuale, pur essendo ammogliato, era disordinata e promiscua, cosa non rara nell’ipocrita Italia umbertina, e avendo contratto la sifilide, male allora difficilmente curabile, continuò senza scrupolo alcuno ad avere rapporti con la moglie, contagiandola. Altrettanto disprezzo dimostrò nei confronti del figlio Furio, del quale stroncò il talento letterario, contribuendo alla sua scelta di togliersi la vita.

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori.” Potrebbe essere il lapidario commento di Fabrizio De André.

Federico Bernardini

Illustrazione tratta da Google immagini

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